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Emilio Salgari, il viaggiatore immaginario

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Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgari nasce a Verona il 21 agosto 1862 in una famiglia di commercianti. La sua vita si snoda attraverso un paradosso straordinario: l’uomo che scrisse di terre lontane viaggiò pochissimo, pur essendo un lettore vorace di romanzi d’avventura stranieri, riviste di viaggi e testi di storia e geografia. Il giovane Emilio sognava il mare e l’avventura. Nel 1878 si iscrisse al Regio Istituto Tecnico e Nautico P. Sarpi di Venezia, ma non completò mai gli studi né conseguì il tanto agognato brevetto di capitano di gran cabotaggio. Questo fallimento segnò profondamente la sua esistenza, ma paradossalmente alimentò la sua immaginazione letteraria.



L’unico viaggio marittimo certo di Salgari fu a bordo del mercantile “Italia Una”, un naviglio malandato che per tre mesi fece la spola tra Venezia e Dubrovnik. Eppure, per tutta la vita lo scrittore alimentò la leggenda di essere stato un esperto marinaio che aveva solcato oceani lontani. In un’intervista del 31 dicembre 1909, dichiarò con sicurezza di aver viaggiato molto, arrivando fino allo stretto di Bering. Nacque la leggenda di un viaggio per mare fino a Brindisi tra l’autunno del 1881 e la tarda estate del 1882, alimentata da un racconto pubblicato postumo. Tuttavia, ricerche approfondite nei registri d’imbarco della Capitaneria di Venezia non trovarono traccia di Salgari come membro dell’equipaggio. La verità è che Salgari fu un “divoratore di atlanti e dizionari”, che inventò oltre 1.300 personaggi basando ogni libro su scrupolosi approfondimenti. Come testimonia una sua lettera del 7 febbraio 1909: “Quando riposo sono in biblioteca per ricerche e documentarmi”.

Nel 1883 Salgari iniziò a collaborare con il quotidiano “La Nuova Arena” di Verona, per il quale diede vita alla saga di Sandokan. Oltre alla scrittura, il giovane Salgari si distinse come atleta versatile: fu presidente fondatore del Circolo Velocipedistico, praticò ginnastica e scherma. Con gli pseudonimi Ammiragliador e Emilius commentò eventi politici internazionali e si occupò di cronaca teatrale. Seguiva con passione melodrammi di Verdi, Donizetti e Ponchielli, tracciando vivaci ritratti delle soprano. Forse proprio sui palcoscenici teatrali veronesi cominciò a intravedere gli elementi fondanti del suo immaginario narrativo. Nel 1892 Salgari sposò l’attrice teatrale Ida Peruzzi, da cui ebbe quattro figli. La chiamava affettuosamente Aida, come l’eroina verdiana. Alla fine del 1893 si trasferì a Torino per collaborare con gli editori Speirani e Paravia, iniziando così la sua intensa produzione letteraria. Gli anni tra il 1894 e il 1900 furono particolarmente fecondi. Nel 1898 l’editore Antonio Donath lo convinse a trasferirsi con la famiglia nei dintorni di Genova. Si diffusero varie leggende che lo volevano nelle taverne del porto ad ascoltare le avventure di vecchi marinai, e probabilmente qualcosa di vero c’era, dato che riuscì a catturare autentiche immagini marittime.

Salgari lavorava a un tavolo sommerso da mappe, pugnali, statuette di divinità indiane, collane di conchiglie, pistole ad acciarino, giornali illustrati, bussole e planisferi. Si racconta che fumasse oltre cento sigarette al giorno e bevesse abbondanti quantità di spiriti ad alta gradazione. Le giornate trascorrevano dalla mattina al tramonto a scrivere freneticamente alla macchina da scrivere. L’autore si documentava meticolosamente per conferire credibilità a ciò che scriveva, consultando biblioteche e testi specializzati. Grazie a questo lavoro certosino, introdusse nell’uso comune italiano vocaboli esotici come thug, kriss, praho, ramsinga, maharatti, lamantini e paletuvieri.

In ventisette anni Salgari scrisse oltre 80 romanzi e circa 150 racconti, spesso pubblicati prima a puntate su riviste e poi in volume. Pubblicò con vari pseudonimi numerose opere, spinto dall’urgenza di aggirare la clausola contrattuale di esclusiva che lo teneva legato agli editori. Nonostante il successo popolare dei suoi libri, continuamente ristampati, visse sempre in precarie condizioni economiche. Nel 1897, su proposta della regina Margherita di Savoia, venne insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, tuttavia questa onorificenza non migliorò la sua situazione finanziaria. Gli editori lo pagavano poco e con ritardo, costringendolo a ritmi di lavoro disumani per mantenere la famiglia. La popolarità di Salgari è testimoniata dalla grande diffusione di apocrifi: oltre un centinaio di opere pubblicate col suo nome furono in realtà scritte da altri romanzieri. I più famosi furono i cinque romanzi a firma congiunta Luigi Motta-Emilio Salgari, in realtà scritti da Motta o da Emilio Moretto, e quelli commissionati dagli eredi Nadir e Omar a ghostwriter come Giovanni Bertinetti e Americo Greco.

Il 31 dicembre 1909 il giovane giornalista Antonio Casulli raggiunse Salgari nella sua modesta casa alla Madonna del Pilone, Torino. Quando vide la dimora, una costruzione semplice e umile tra un vigneto e un orto, il giornalista non nascose una certa delusione. Come poteva il celebre autore di avventure esotiche vivere in tale modestia? Salgari lo accolse in un salotto che era anche camera da pranzo e studio, con un tavolinetto, un armadio colmo di volumi e la sua inseparabile sigaretta in bocca. Durante l’incontro, Salgari mostrò una vecchia carabina inglese affermando di averla usata per cacciare squali, e presentò i figli Omar e Romero come “pieni di pugnaletti e di pistole”. Ma nello stesso 1909 Salgari aveva tentato il suicidio gettandosi su una spada, venendo salvato all’ultimo momento dalla figlia Fatima. Al giornalista restò una sensazione di tristezza e malinconia. Dal 1903 la moglie Ida aveva iniziato a dare segni di disturbi mentali. Nel 1910 la sua salute mentale peggiorò ulteriormente e fu costretta a entrare in manicomio, dove rimase fino alla morte nel 1922. Salgari era devastato dal dolore di aver dovuto internare la donna amata e dall’incapacità di provvedere a cure adeguate. A questo si aggiungeva un trauma del passato: la madre era morta di meningite quando lui aveva 25 anni, e poco dopo il padre si era suicidato, destino che lo scrittore avrebbe tragicamente ripercorso.

La mattina del 25 aprile 1911, martedì, Salgari lasciò sul tavolo tre lettere e uscì di casa prendendo il tram con un rasoio in tasca. Le lettere erano indirizzate ai figli, ai direttori dei giornali e agli editori. Ai figli scrisse: “Sono un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di altre 600”, indicando dove avrebbero potuto trovare il suo corpo nei burroni del bosco di Val San Martino, sopra la chiesetta della Madonna del Pilone, dove la famiglia andava a fare pic-nic. Agli editori scrisse parole pesanti come macigni: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”. Si tolse la vita in modo atroce, lacerandosi gola e viscere con un rasoio, imitando il suicidio rituale dei samurai (seppuku). Aveva solo 48 anni.

I funerali vennero celebrati al Parco del Valentino ma passarono inosservati: in quei giorni Torino era impegnata nel 50° Anniversario dell’Unità d’Italia e nell’Esposizione internazionale inaugurata il 27 aprile. La tomba fu poi trasferita al cimitero monumentale di Verona, sua città natale. I figli di Emilio Salgari, negli anni successivi, furono colpiti da una serie spaventosa di disgrazie. La figlia Fatima, rimasta a badare alla famiglia, morì nel 1914 a soli ventiquattro anni, consumata dalla tubercolosi. Nel 1931 il terzogenito Romero, dopo aver tentato di uccidere la moglie, il figlio e il cognato, si tolse la vita. Cinque anni dopo, Nadir, tenente del Regio Esercito, morì in un incidente motociclistico. Restò solo Omar, che nel 1963 si suicidò gettandosi dal secondo piano del suo alloggio nel quartiere San Donato a Torino. Una tragica catena di lutti che diede vita alla leggenda di una vera e propria “maledizione”.

Per decenni la critica accademica ignorò o sminuì Salgari, considerandolo un autore minore per ragazzi. Solo nella seconda metà del Novecento venne rivalutato e considerato uno dei più grandi innovatori della letteratura italiana. Molte opere hanno avuto trasposizioni cinematografiche e televisive fin dal 1921, contribuendo a rendere immortali personaggi come Sandokan, Yanez, il Corsaro Nero e la Perla di Labuan. La sua eredità continua a vivere nelle generazioni di lettori che, pagina dopo pagina, hanno navigato con Sandokan verso Mompracem, hanno combattuto con il Corsaro Nero nei Caraibi, hanno esplorato giungle misteriose e deserti infiniti. Salgari ha insegnato che la fantasia può portarci ovunque, anche quando la realtà ci tiene prigionieri.

I LIBRI DI EMILIO SALGARI