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Jean Rhys: il bianco e il nero

Jean Rhys, pseudonimo di Ella Gwendolen Rees Williams, nasce il 24 agosto 1890 a Roseau, capitale della Dominica. Suo padre, William Rees Williams, figlio di un prete anglicano e rettore di un piccolo villaggio nel Galles, è medico. Sua madre, Minna Lockhart, è nipote del proprietario di schiavi James Gibson Lockhart, giunto nell’isola caraibica dalla Scozia alla fine del Settecento. A causa di tale retaggio coloniale, i Lockhart non sono ben visti dalla comunità locale. Rhys cresce immersa nel clima tropicale e lussureggiante di Roseau; le ampie tenute di famiglia sono circondate da alberi della gomma, da piante di frangipane e di sensitiva (che ritrae le foglie quando la si tocca), di cacao e di caffè. Nonostante il paesaggio paradisiaco, fin dalla più tenera età Rhys sviluppa un forte senso di esclusione dovuti dal suo essere bianca in un’isola abitata prevalentemente da neri.




L’infanzia trascorre infatti in balia di due mondi. Da un lato, l’élite coloniale britannica nella sua fase decadente e di declino, con il suo mondo fatto di balli, cocktail con ghiaccio tintinnante, partite di tennis, quadri in salotto raffiguranti Maria regina di Scozia che incede verso la decapitazione - mondo di cui Rhys fa parte ma nel quale non si sente di appartenere appieno. Dall’altro, c’è la realtà caraibica con il suo caleidoscopico patchwork di culture africana, antillese, francese e inglese che la scrittrice percepisce come più vero, autentico e vitale con la sua lingua patois, i carnevali danzanti e le maschere di legno dipinte di rosso e nero. Rhys detesta la sua carnagione bianca e i suoi capelli biondi, invidia i capelli marroni e gli occhi scuri dei fratelli. Perché doveva essere proprio lei la più chiara, tanto da farla chiamare Gwendolen, che in gallese significa “bianco”? Quando è ancora bambina, sente dire dalla madre che i bimbi neri sono più belli di quelli bianchi; da quel momento ogni sera prega ardentemente di svegliarsi con la pelle nera.

Per alleviare il senso di inadeguatezza - che non l’abbandonerà mai e che anzi diventerà il centro di tutta la sua opera - Rhys si rifugia nella lettura. La sua immaginazione si nutre non solo dei libri che riceve dalla nonna paterna direttamente dall’Inghilterra e di quelli della biblioteca a cui ha libero accesso (legge Dickens, Defoe, Byron, Milton) ma anche dei racconti e delle credenze del personale di servizio. Su di lei, avrà particolare influenza la tanto temuta balia Meta che la terrorizza raccontandole storie di zombie, lupi mannari e sucrianti (donne succhiasangue) e infondendole una “paura isterica” degli scarafaggi. L’altra balia Francine, più dolce e solare, le insegna filastrocche in patois infarcite di riferimenti a divinità obeah, quell’insieme di pratiche magiche e religiose d’origine africana assimilabili al vudù. Nonostante la famiglia sia protestante, Rhys viene messa a studiare in un collegio cattolico gestito da suore. Oltre a studiare francese, musica, matematica e letteratura, riceve anche nozioni di catechismo. A diciassette anni viene mandata in Inghilterra con una zia paterna. La giovane ha forti aspettative per il viaggio, basate su un’idea edulcorata - se non fiabesca - dell’Inghilterra. Ha sempre pensato all’Inghilterra come a un paese magicamente ricoperto di ghiaccio e neve in cui sferragliano treni dai lucenti colori rosso, verde, blu, come le locomotive giocattolo di quando era bambina. Ma durante la traversata in nave, l’eccitazione della ragazza inizia a svanire. L’azzurro dei tersi cieli caraibici lascia spazio al grigio plumbeo dell’Atlantico. Giunta a destinazione, l’umidità e il monotono grigiore inglesi l’abbattono. I treni sono solo buie scatole marroni. A Londra, la zia la conduce per la città e le fa visitare l’abbazia di Westminster, St. Paul, il museo della Wallace Collection, dove si addormenta. Vanno anche allo zoo e l’esperienza l’atterrisce definitivamente: vedere leoni, pappagalli della Dominica, serpenti e colibrì dietro le gabbie è per lei odioso.

Nel 1907 s’iscrive al Perse School, un college femminile di Cambridge per poi passare, dopo un solo trimestre, alla Royal Academy of Dramatic Art. Vuole diventare attrice. Sia il college che l’accademia d’arte drammatica si riveleranno ambienti permeati da forte snobismo; Rhys continua a sentirsi un’esclusa. Se in Dominica si sentiva straniera per le sue origini europee, qui lo è per le sue origini coloniali, derisa per il suo inglese colorito da inflessioni caraibiche. Nel 1909 muore il padre. La madre le scrive che non può più mantenerla agli studi e la esorta a tornare in Dominica. Come tutta risposta, Rhys si reca presso un agente teatrale e trova un ingaggio in una commedia musicale. Lavora per un anno e mezzo con una compagnia teatrale girando in tournée per i vari paesi e villaggi inglesi, ma ben presto si accorge che la vita da ragazza di fila - con l’eterno susseguirsi di stanze in affitto, stipendi miseri, parti che fatica a memorizzare - non fa per lei. Abbandona l’agente teatrale. Con la fine della sua prima relazione seria con un uomo molto più anziano di lei, Rhys inizia a vivere in camere d’albergo che paga riscuotendo i soldi degli assegni che l’ex amante le spedisce regolarmente tramite avvocati (dettaglio che Rhys inserirà in Addio, Mr Mackenzie). La giovane detesta Londra, la sua freddezza, il suo grigiore, l’indifferenza delle persone. Scivola nel suo primo grave episodio di depressione e affoga i pensieri suicidi nell’alcool. Cerca di sbarcare il lunario con lavoretti saltuari presentandosi per il ruolo di comparsa in piccole produzioni cinematografiche. Durante il soggiorno in una delle infinite stanze d’albergo, Rhys sente per la prima volta il fortissimo impulso di scrivere: nel giro di qualche giorno, scrivendo anche di notte, riempie le pagine di sette quaderni con gli avvenimenti della sua vita. Per anni, quei quaderni non li farà leggere a nessuno, ma li porta sempre con sé durante le sue peregrinazioni.

Durante la Prima guerra mondiale, si offre volontaria lavorando come cameriera per le truppe dirette in Francia. Nel 1917 incontra il giornalista franco-olandese Jean Lenglet; si sposano e si trasferiscono a Parigi. Nella capitale francese, lavora come istitutrice di inglese presso famiglie parigine. Dopo un breve periodo a Vienna, i due tornano nella capitale francese e Rhys decide di far leggere i propri diari a una giornalista, la quale li apprezza molto e li sottopone all’attenzione di Ford Madox Ford. Lo scrittore britannico, che è stato editore della rivista “English Review” e che aiutava giovani talenti letterari (diede spazio a personalità allora emergenti quali James Joyce, T.S. Eliot, Ezra Pound), intuisce subito la forza della penna di Rhys cogliendo il particolare sguardo della donna. Il suo è il punto di vista dell’altro, dell’escluso, dell’emarginato che ha una visione inedita delle cose. Come scrive la stessa Rhys nella sua autobiografia incompiuta Smile, please (1979): “Non sarei mai stata parte di niente. Nessun posto poteva darmi un senso d’appartenenza, e lo sapevo, e tutta la mia vita sarebbe stata uguale: cercare d’appartenere e non riuscirci. Qualcosa andava sempre storto. Sono una straniera e lo sarò sempre.” Sotto la supervisione dello scrittore inglese, pubblica la prima raccolta di racconti The Left Bank and Other Stories (1927), ispirati alla sua esperienza di vita e alle atmosfere della Rive Gauche parigina. La relazione professionale con Madox Ford ben presto si trasforma in una relazione amorosa che ispirerà il primo romanzo di Rhys, ossia Quartetto (1929), scritto durante un soggiorno ad Amsterdam. A Londra, la scrittrice fa pubblicare il romanzo e con i soldi guadagnati rientra a Parigi. Nella capitale francese, sempre in una stanza d’hotel, scrive il suo secondo romanzo Addio, Mr Mackenzie (1931).

Divorzia da Jean Lenglet. Nel 1934, rilegge con attenzione le pagine dei suoi vecchi quaderni e gli scritti diventano il materiale per il suo terzo romanzo Viaggio nel buio. I romanzi di Rhys risalenti agli Venti e Trenta, compreso Buongiorno, Mezzanotte (1939) hanno tutti il medesimo tòpos narrativo: donne vinte, afflitte e passive che trascorrono le giornate in solitudine e le notti in tristi camere d’albergo; a fare da sfondo le città di Londra o di Parigi, glaciali e indifferenti. L’alienazione delle protagoniste, alter-ego della scrittrice, è dovuta non solo al profondo senso di esclusione e non-integrazione, ma anche e soprattutto dalla consapevolezza di essere delle emarginate a causa dei dettami di una società fortemente patriarcale, borghese e misogina nelle quali sono immerse. Negli anni seguenti, Rhys si sposa con Max Hamer. I due si stabiliscono in un vecchio cottage a Exeter, nel Devon. Qui, la scrittrice conduce una vita frugale, diversa da quella del demi-monde che ha trascorso a Londra, Amsterdam, Parigi. Il marito si ammala e la scrittrice lo accudisce fino alla morte. Rhys è ormai una donna segnata da una vita di sofferenze (tra cui anche la morte di un figlio a soli tre settimane, quand’era ancora sposata con Lenglet) e dalla dipendenza dall’alcool. Sono passati oramai trent’anni dalla pubblicazione dei suoi primi romanzi quando, nel 1966, Rhys dà alle stampe la sua opera maggiore, quella che la consacrerà, quasi ottantenne, come una delle scrittrici più influenti del secondo Novecento e come punto di riferimento della letteratura post-coloniale e femminista. L’opera in questione è Il grande mare dei Sargassi, acutissima riscrittura di uno dei più celebri romanzi della letteratura europea: Jane Eyre di Charlotte Brontë. Rhys decostruisce il capolavoro di Brontë eliminando lo sguardo colonial-imperialista e così facendo dà voce al personaggio di Antoinette Cosway Mason che in Jane Eyre è relegato a un piatto stereotipo. Nel romanzo inglese infatti, la prima moglie di Mr. Rochester è pazza e pericolosa perché proviene da un mondo selvaggio; per questo è stata rinchiusa in soffitta. Rhys riabilita la donna mostrando le dinamiche di dominazione che dovette presumibilmente subire la giovane ereditiera creola dal britannico rampollo squattrinato. Inoltre, è possibile leggere ne Il grande mare dei Sargassi un vero e proprio testamento sentimentale e letterario dell’autrice. In Antoinette si condensano tutti i personaggi autobiografici di Rhys, in cui il confine tra esperienza biografica e finzione letteraria appare sempre molto labile, mentre nelle descrizioni delle lussureggianti terre caraibiche della Giamaica il lettore trova tutto l’amore e la malinconia della scrittrice per le sue origini, per quell’isola, la Dominica, che forse fu la sua unica vera casa. Rhys muore a Exeter il 14 maggio 1979, nella tanto odiata Inghilterra, con la fama e il successo arrivati troppo tardi a farla sentire non più un’esclusa, ma finalmente accettata e apprezzata.

I LIBRI DI JEAN RHYS