Natalia Ginzburg: la scrittura come inevitabile conforto

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Natalia Levi nacque a Palermo il 14 luglio 1916, in via della Libertà: una data e un indirizzo che sembrano già racchiudere la direzione di un’intera vita. Palermo fu per caso: il padre di Natalia, Giuseppe Levi, era nato a Trieste da una famiglia di banchieri ebrei; la madre Lidia Tanzi era figlia di Carlo, avvocato milanese socialista della cerchia di Leonida Bissolati e di Filippo Turati. Era anche sorella di Drusilla, “la mosca” di Eugenio Montale. Alla nascita di Natalia la famiglia, nella quale già quattro erano i figli, viveva a Palermo perché il padre insegnava in quella Università.




Tre anni dopo i Levi si trasferirono a Torino. La madre e la sorella di Natalia avevano grande nostalgia della casa di Palermo, luminosa e calda, molto diversa da quella torinese, comoda, grande, ma così umida che “un inverno, nel cesso, crebbero due o tre funghi”. Anche Natalia, che pure ricordava poco o nulla della sua città natale condivise questa nostalgia e la espresse nei suoi primi “versi”: “Palermino, Palermino / sei più bello di Torino”. I fratelli andavano a scuola, ma Natalia, per motivi di salute, no. Fino agli undici anni, l’età del ginnasio inferiore, la bambina fu istruita a casa, così, non appena ebbe imparato a leggere, i libri furono i più cari compagni delle sue giornate. Casa Levi era frequentata dagli amici dei fratelli, soprattutto di Gino, il primogenito, che la bambina scrutava con curiosità ed ammirazione. Tra gli amici c’erano Adriano Olivetti, Giancarlo Pajetta, Leo Pestelli, tutti antifascisti. Dalla casa torinese transitò addirittura Filippo Turati, in fuga dall’Italia verso la Francia. Natalia visse gli anni del liceo con malinconia, si sentiva isolata dal resto della classe e diversa per più di un motivo: la non appartenenza a una comunità religiosa (il padre ebreo, è vero, e la madre cattolica, ma entrambi erano non praticanti), l’antifascismo della famiglia che tuttavia condivideva a fondo. La sua sola materia preferita era la letteratura ed era per lei una gioia la giornata del tema in classe. Scriveva, infatti racconti, poesie, commediole fin dalla prima adolescenza.

Bocciata in latino greco e matematica in terza liceo, scrisse, per consolarsi, il suo primo racconto per adulti, Un’assenza. Uno dei suoi fratelli, Mario, glielo chiese per mostrarlo a un amico: l’amico, “una testa beffarda e misteriosa”, era Leone Ginzburg (nato nel 1909 a Odessa, da una famiglia ebrea, era vissuto in Russia, a Berlino, a Viareggio durante l’estate, quindi a Torino). Leone mandò il racconto in visione alla rivista “Solaria” e, poco tempo dopo, lo fece seguire da un altro testo, I bambini, che venne pubblicato. Leone - che aveva condiviso gli anni del Liceo D’Azeglio con Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Norberto Bobbio, oltre che con i fratelli Levi - era affascinato da quella fanciulla più giovane di lui, “con tanti bei racconti in testa”. Ginzburg aveva ottenuto la libera docenza in letteratura russa all’Università di Torino, ma la perse nel 1934, perché non volle giurare fedeltà al partito fascista. Fu arrestato e rinchiuso nel penitenziario di Civitavecchia. Tornò a Torino nel 1936 e andò a lavorare alla casa editrice Einaudi; nel febbraio 1938 sposò Natalia. Benedetto Croce spedì come regalo di nozze agli sposi alcuni volumi delle sue opere, richieste dallo stesso Ginzburg. Due anni dopo, in seguito alle leggi razziali, a Natalia e a Leone venne ritirato il passaporto e i due divennero apolidi. Tuttavia non vollero lasciare l’Italia. Nel 1939 nacque il loro primogenito, Carlo, e, l’anno seguente, Andrea. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, Leone venne mandato in esilio in Abruzzo, a Pizzoli e Natalia lo seguì insieme ai figlioletti. Le difficoltà economiche per la famiglia, anche se Leone lavorava ancora per la Einaudi, erano notevoli, se la cavavano solo grazie all’aiuto di Adriano Olivetti.

Natalia scrisse il romanzo breve La strada che va in città e lo inviò a Cesare Pavese. Il romanzo fu pubblicato da Einaudi nel 1942; l’autrice figurava come Alessandra Tornimparte perché le leggi razziali non consentivano pubblicazioni di autori dal cognome palesemente ebreo. Nel marzo 1943 a L’Aquila nacque il terzo bebè della coppia, Alessandra. Dopo la caduta del fascismo il 25 luglio, Leone riprese l’attività politica collaborando a Roma con Giustizia e Libertà. Arrestato, venne condotto al carcere di Regina Coeli, dove morì torturato il 5 febbraio 1944. Natalia riuscì a introdursi clandestinamente in carcere per vederlo un’ultima volta, morto; scrisse di questo incontro nella poesia “Memoria”, pubblicata sulla rivista “Mercurio”. Nel dopoguerra la Ginzburg lavorò alla sede torinese dell’Einaudi, dedicandosi anche alla stesura delle sue opere: le pareva infatti che solo la scrittura potesse recarle conforto. Nel 1947 uscì il romanzo breve È stato così. Tre anni dopo sposò Gabriele Baldini, entrato nella sua vita “come un turbine”. Baldini insegnava letteratura inglese a Roma, così, all’inizio del 1952, tutta la famiglia si trasferì nella capitale. Natalia pubblicò Tutti i nostri ieri, romanzo che descrive la vita di due famiglie borghesi sullo sfondo dell’Italia fascista, e che le fruttò il premio Veillon. Dopo una nuova difficile prova, la nascita della figlia Susanna, idrocefala, che fu operata in Danimarca e sopravvisse con gravi menomazioni, la Ginzburg promosse la pubblicazione in italiano del Diario di Anna Frank. Lasciò il posto di dipendente all’Einaudi, divenendo consulente esterna della stessa casa editrice. Nel 1957 vinse il premio Viareggio con Valentino. Tra il 1959 e il 1961 si trasferì a Londra perché il marito era stato nominato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Tornata in Italia, raccolse una serie di saggi usciti su giornali e riviste fin dal 1945 e li pubblicò nel 1962 in un volume unico, intitolato Le piccole virtù. L’anno seguente, con Lessico famigliare vinse il premio Strega. Il successo indusse l’Einaudi a ripubblicare le opere precedenti della scrittrice che uscirono con il titolo Cinque romanzi brevi nel 1964, l’anno in cui Pasolini le chiese di interpretare la parte di Maria Maddalena ne Il Vangelo secondo Matteo. La Ginzburg accolse con piacere l’invito e anche il marito Gabriele ebbe una piccola parte nel film. In questo periodo cominciò a scrivere testi per il teatro, da Ti ho sposato per allegria a L’inserzione, che le valse il premio internazionale Marzotto.

Furono anni di successi letterari, di serenità in famiglia, di gioie per la nascita di diversi nipoti, che trascorrevano con lei le vacanze al mare nella casa che Baldini aveva acquistato sopra Sorrento. Ma nel giugno 1969 Baldini morì e la scrittrice rimase di nuovo vedova: una nuova difficile svolta di vita le si presentava. Negli anni Settanta cominciò a trascorrere le vacanze a Sperlonga e divenne amica di Rosetta Loy. Nel 1983 uscì un libro che fece molto discutere, La famiglia Manzoni, frutto di approfondite ricerche d’archivio, ma per nulla lusinghiero nel descrivere la vita privata del grande lombardo. In quello stesso anno la Ginzbug si candidò al Parlamento e fu eletta come indipendente nelle liste del PCI. Come deputata si occupò intensamente delle questioni femminili, delle carceri, del diritto di adozione, dei problemi delle minoranze. Il suo mandato parlamentare fu riconfermato nel giugno 1987. Nel settembre di quello stesso anno si espresse con veemenza contro la decisione del governo italiano di inviare navi da guerra nel golfo Persico: “La violenza genera violenza, le armi generano armi. Cerchiamo dunque di ribellarci e di fermare questa delirante e criminosa impresa”, disse nel suo discorso alla Camera. Nell’inverno del 1990 fu colpita da un tumore allo stomaco che la condusse, nell’ottobre dell’anno successivo, alla morte. L’ultimo suo libro per l’Einaudi, la sua casa editrice di sempre, fu la traduzione di Una vita di Guy de Maupassant, a cui lavorò anche nel periodo della malattia.

I LIBRI DI NATALIA GINZBURG



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