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Spirito libero e sangue caldo

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Marianna A. nasce a Jablanica, in Bosnia, perché i nonni Rom avevano deciso, tempo addietro, di appartenere alla Bosnia. Marianna cresce con l’altalenante vicinanza di una famiglia traballante. Una famiglia che subisce ripetute disgregazioni, due genitori con alle spalle altri figli e altri matrimoni, fratellastri e nuovi fratelli con compagni diversi, allontanamenti e ricongiungimenti. L’alcol che diventa un demone per suo padre. Quel padre generoso e capace di commozione che però non esita a consumare la sua rabbia incendiando casa in preda al delirio di un ubriaco all’ultimo stadio. “Ma stavamo bene, ci bastava poco”. Lacrime, pentimenti, amore e abbandono, affetto e desiderio di libertà fine a sé stessa, senza progetto. Un continuo lasciarsi alle spalle le cose. Un eterno desiderio di fuga e di ritorno. Marianna sa ritagliarsi momenti felici: la festa della primavera, l’affetto dei fratelli, l’andare a raccogliere more e fiori per la madre, il rotolo di zucca dolce, il tè, il calore di una stufa, la benevolenza delle contadine del villaggio che ricambiano con cibo e cose utili l’aiuto nel lavoro dei campi, i regali che il padre porta a casa dopo lunghi periodi d’assenza. Lo stesso padre che però la dà in moglie senza chiederle il consenso in cambio della prevista gabella in denaro. Un matrimonio che si traduce in violenza e riduzione in schiavitù, con le femmine dell’altro clan che fanno da carceriere. Come d’altronde era accaduto a sua sorella Anna, finita in una famiglia di montenegrini che l’avevano di fatto sequestrata. La violenza, le fughe, gli inganni: un percorso accidentato per una ragazza con riferimenti sparsi nei luoghi ma poco saldi nell’impianto. Ma c’è una cosa che le sopravanza tutte: l’avere uno spirito libero, quello che fa dire “bene o male, mi piace vivere”…

La semplicità del linguaggio di Spirito libero e sangue caldo produce un effetto disarmante. Se uno scrittore volesse dare a un “io narrante” la stessa coerenza stilistica di una lingua limitatamente padroneggiata (Marianna A. non è cresciuta in Italia) riflettendo un’attitudine psicologica alla narrazione delle cose e di come queste hanno inciso sul punto d’osservazione di chi racconta, farebbe molta fatica. Dovrebbe continuamente revisionare il testo eliminando note stonate. Non che il manoscritto di Marianna non abbia avuto bisogno di essere emendato da sgrammaticature fisiologiche per chi non è madrelingua: se ne è occupato Luigi Necci, il direttore della collana Libri per sognatori diurni di Ediciclo, curandosi di renderlo fruibile senza modificarne il flusso, quello di una voce che racconta davanti a un fuoco. La scrittura stentata e spesso carica di sdolcinature assume forme naïf i cui colori sarebbe stato però opportuno attenuare. Citando Pablo Picasso: “Ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”, lui che a quattro anni dipingeva come Raffaello. Marianna A. lo fa e basta, dipinge come una bambina che ha vissuto tanto e poco importa se questa è la sua attitudine e non il frutto di un esperimento stilistico. Vuole raccontare, e il “racconto”, la “storia”, è quella ricchezza dolorosa o divertente che abbiamo sempre in tasca e che sempre possiamo regalare senza restare privi del patrimonio. Un patrimonio che si dona senza intaccarlo, un capitale che raddoppia all’infinito finché ci sarà chi ascolta. Nonostante la mia empatia con l’autrice sia più che alta, devo essere obiettivo: siamo di fronte più che altro a una testimonianza - che magari può aumentare l’empatia dei gagé - che a un’opera letteraria. E ora veniamo alle controindicazioni e alle precauzioni d’uso: attenzione alle insidie di un’inconscia e involontaria contraddizione insita nello spirito della narrazione. Potrebbe sembrare mistificatoria, invece incarna un duplice approccio alla memoria che si determina immancabilmente nella persona che abbia subìto uno o più sradicamenti geografici, culturali e ambientali. In alcuni momenti si ravvisa la necessità di comunicare e condividere i drammi e la durezza delle esperienze vissute, in altri il bisogno di dar voce a quella nostalgia senza soluzione, se non quella di accompagnare l’ascoltatore in un “altrodove” e un “altroquando” idilliaci nei quali s’è rifugiata quell’amarezza che non ci si scrolla mai di dosso. Questo succede in queste pagine: è normale e perfettamente in buona fede. Non succede così anche a chi è stato costretto a emigrare? Se parlate con un anziano italoamericano emigrato da piccolo, vi troverete ad ascoltare, nella stessa serata, la descrizione di un poetico Eden lasciato in Patria e, poco dopo, la fame, la miseria e la desolazione lasciati alle spalle: sono vere entrambe le cose, perché è vero il sentire che le accompagna. Altra insidia dell’eterno straniero, di chi è “altro” pure a casa propria: quella di autoritrarsi in base agli stereotipi e alle aspettative attribuite al destinatario della propria rappresentazione. È una sindrome diffusa. L’auto-stereotipizzazione può cogliere chiunque: è quella che può indurre uno stonato ragioniere di Domodossola a cantare - dopo qualche bicchiere e anche se non ne ricorda il testo- “’O sole mio” in un ristorante di Copenaghen, laddove venga celebrato come “italiano” dagli avventori. Quindi il titolo è leggermente stereotipico: Spirito libero e sangue caldo. Queste definizioni varranno sicuramente per Marianna, ma in quanto Marianna, non in quanto “rom”. Esistono roma che di “spirito libero” ne hanno pochino, schiavi di codici di clan spacciati per “tradizione”, ed altri che di sangue freddo ne hanno da vendere. Come tra i Lapponi e quelli di Bergamo Alta. Spero che in questo libro si legga la storia di una Persona, una persona rom. Non la storia di una “rom”. E ho la ragionevole certezza di credere che Santino Spinelli, autore della postfazione, sia d’accordo con me. I pregiudizi saranno abbattuti quando agli occhi dei diffidenti, una persona rom sarà intelligente e buona, non intelligente e buona “nonostante”. I pregiudizi saranno abbattuti quando agli occhi benevoli dei progressisti a tutti i costi, un rom avrà anche il diritto di essere uno stronzo o un mezzo deficiente. Hinion lec rom non significa “sono un rom”: significa “sono un uomo”.