Salta al contenuto principale

Splendere ai margini

Splendere ai margini

Come a teatro, nel bel mezzo del palcoscenico, un uomo e una donna stanno l’uno accanto all’altra, seduti dietro al tavolo nuziale. La cornice sembra essere quella del banchetto nuziale oramai giunto alla fine, nell’ora in cui si fanno i discorsi. È lo sposo il primo ad alzarsi e a cominciare a parlare. C’è qualcosa che vorrebbe dire e che ha pensato la sera prima, sotto la doccia. Qualcosa di urgente, qualcosa che ha a che fare con questa cerimonia, che è di fatto un incontro tra amici e parenti. Ma è anche un momento propizio per fare il punto della situazione e porsi delle domande: “oggi Eleonora e io siamo il segnacolo di uno scontro contro il mondo. Non saremo noi a raggiungere il campo di battaglia, ma ci siamo promessi che di fronte a un assalto appiccicheremo le schiene l’una contro l’altra per difenderci a vicenda. Ma vi chiedo: fino a quando durerà? Fino a quando saremo pronti a difenderci l’un l’altra a costo della vita?”. Toccherà a Eleonora, poi, ribattere come con un controcanto... I ricordi dei bambini sono bizzarri. Sono fotogrammi che si ammucchiano e si sovrappongono e solo da adulti li si possono elencare, spesso meravigliandosi del perché e del come siano rimasti impressi nella memoria. Le morti dei parenti possono diventare quei fotogrammi, marchiati a fuoco nella testa di una bambina. Richiamarli è facile. Difficile, ma non è nemmeno necessario farlo, è capire il motivo della loro presenza. Ma è quello che accade. Così la morte della zia Cesira, tornata dall’America quando lei aveva sei anni, è la prima che ricorda. Poi quella del nonno e del povero zio di trentanove anni. Allora la bambina impara presto il significato della parola funerale e cosa vogliano dire quei tre rintocchi di campana che sente a ogni morte. Sono il preludio di un nome che arriva alle sue orecchie subito dopo: Donato, Renzo, Luigi...

Ci sono alcune domande che richiedono risposta. Interrogativi che riguardano lo stato di salute della letteratura italiana e le argomentazioni per chi la trova in forma e chi morente, così come le risposte, sarebbero mille e una, se non di più. Ci si domanda: lo sguardo della grande editoria non è lungimirante ma punta all’effimero, alla grande fiammata che brilla ma magari non scalda? E sono davvero troppe le fiamme che baluginano ogni giorno, stampate e subito dopo buttate al macero perché invendute? Se così fosse, se davvero i temi fossero quelli elencati da Andrea Temporelli nella prefazione alla raccolta, ovvero “la fine della specificità letteraria e del suo linguaggio, la globalizzazione dei temi, la quasi completa scomparsa di criteri editoriali ispirati a scelte di qualità e l’assoluta prevalenza di quelli economici”, dove si dovrebbero ricercare quelle nuove luci che il mare dei lettori non riesce a scorgere all’orizzonte, perché troppo deboli? L’obbiettivo dei tredici racconti radunati in questo volume è proprio quello di esaltare l’aurora boreale che brilla ai margini di quella letteratura di massa che oscura tutto il resto. E lo fa cercando autori lontani dalle luci della ribalta, dando loro un unico mandato: siate liberi di raccontare ciò che volete, nella maniera in cui volete, scegliendo le parole che più vi rappresentano e che per voi hanno un peso. Il risultato è un caleidoscopio multicolore, multiforme. Una babele misurata, dentro la quale il plurilinguismo è ancora un valore e non un ostacolo. Certo alcuni sono spiazzanti, quasi privi del sottilissimo filo rosso conduttore che lega la prima all’ultima parola ma il compito affidato al lettore non deve essere sempre e per forza facile.