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Splendi come vita

Splendi come vita

Maria Grazia ha quattro anni ed è caduta nel Disamore, da quando la mamma le ha rivelato di non essere la sua vera madre. Si è trattato di uno scrupolo decisamente precoce, ma, si sa, negli anni Sessanta i genitori agiscono come meglio possono e non dispongono dello squadrone di psicologi che al giorno d’oggi tende ad analizzare ogni situazione e a trovare la risposta più consona a risolvere qualsiasi problema. La piccola, in ogni caso, risponde a questa rivelazione abbracciando la donna e rassicurandola: per lei l’unica Mamma è la persona che ha di fronte. Ione, sua madre adottiva - la donna che ha sempre avuto una parola per tutto, l’insegnante che ha sempre saputo interessare e incantare i suoi studenti con la sua parlantina sciolta e brillante - ha attribuito a se stessa il ruolo di un falso e, paradossalmente, subito dopo la confessione non crede più all’amore della piccola. Nella sua memoria si installa un prima, in cui la piccola è una bimba mansueta, affettuosa e obbediente, e un dopo, in cui la bimba angelicata non esiste più. Anche l’uomo che la piccola ha sempre chiamato papà, quindi, non è il vero padre anche se lei continua a ritenere Giacomo- dirigente del Partito Comunista Italiano in Sicilia - l’unica vera figura paterna. Suo padre è un uomo alto e bellissimo, che assomiglia a Gian Maria Volonté e si muove sempre senza cravatta, con la penna a sfera rigorosamente blu nel taschino e la camicia a maniche corte, con il colletto sbottonato, nei pantaloni strizzati da una stretta cintura. Giacomo viaggia molto e, quando è fuori, ogni sera prima di cena arriva una sua telefonata, anche se la linea è spesso disturbata. Ogni mattina, poi, il portalettere di quartiere Angelo recapita a Maria Grazia una cartolina proveniente da terre lontane: l’India, il Brasile o l’Africa. E quando torna, a volte di notte, suo padre ha la valigia piena di regali esotici e delle salviette profumate che gli danno a bordo degli aerei, così che padre e figlia possano volare insieme...

“Ci ho messo anni a trovare le parole per scriverla, questa storia. E, alla fine, le parole sono arrivate da sole. Lo hanno fatto quando questa grande massa biografica si è sciolta per il fisiologico passare del tempo, e per il lunghissimo allenamento fatto con la poesia.” Nella dichiarazione di Maria Grazia Calandrone - poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, autrice e conduttrice radiofonica - è riassunta la gestazione di questo libro (incluso nella dozzina in lizza per il premio Strega 2021) che, a dir la verità, non si può propriamente definire romanzo. In parte memoir e autobiografia, in parte poesia in prosa e in parte lunga lettera alla madre adottiva, si tratta della narrazione di una profonda ferita, di una frattura dolorosissima, in cui la parola scritta diventa cura per riconciliarsi con il passato e guarire da un amore guasto che ha pugnalato e avvelenato il cuore. Si tratta della storia di una bambina adottata - è la Calandrone la bimba di otto mesi ritrovata nel giugno 1965 a Villa Borghese (dopo che la madre biologica, fedifraga, si è suicidata buttandosi nel Tevere presumibilmente insieme al padre della piccola) e successivamente adottata da un giovane dirigente del Partito Comunista italiano e dalla moglie, insegnante di materie letterarie - e del suo rapporto con Ione, quella madre adottiva promessa di amore salvifico che si trasforma invece in disamore nei confronti di una figlia che ama in maniera feroce, ma che non riesce a sentire sua. La scelta di rivelare alla piccola, quando ha solo quattro anni, la verità sul suo passato, in una pretesa di sincerità davvero eccessiva, segna il punto di non ritorno per una donna sì colta ed intelligente, ma forse troppo fragile o non completamente risolta, che crea un solco sempre più definito tra sé e l’amore della piccola. Un rapporto che si logora con il passare del tempo e si nutre di incomprensioni, rancori, silenzi, equivoci, perdite e dolori quotidiani. Ma nel profondo, tra gli abissi del disamore della madre, resistono con tenacia e forza i piccoli germogli dell’amore radicati nell’animo e nel cuore della figlia, che non smette mai di nutrirli e che riesce, ponendosi dopo tanti anni alla giusta distanza dal rancore, a far quadrare il cerchio e a prendere commiato da una figura che ha comunque segnato il suo essere. Con una prosa mediata dalla poesia, la Calandrone cerca - e ci riesce egregiamente - di dare un senso nuovo ad un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza traumatiche, trovando quel balsamo salvifico rappresentato dall’amore che le permette di camminare finalmente, dopo tanta fatica, nella serenità. La foto è di Dino Ignani.