Salta al contenuto principale

Spomenik

Spomenik

Molto spesso non sono indicati, ancora più spesso sono abbandonati a loro stessi, in cima ad una collinetta o nascosti fra erbacce incolte e piante orami non più giovani. Le stesse indicazioni per raggiungerli, targhe in metallo arrugginite e con la vernice scrostata, non offrono grandi aiuti a chi li cerca in quelle zone dove anche il campo del telefono e dei navigatori è un lontano. Poi all’improvviso il paesaggio si apre, la strada si schiude e si vede una sagoma che, con delle forme strane, linee e volumi dall’aspetto non ordinario, si staglia occupando tutto lo spazio del cielo. Succede così a Podgarić quando si arriva al Monumento alla rivoluzione del popolo della Moslavina (Spomenik Revolucije Naroda Mosalvine), un architrave in cemento che aumenta di dimensione grazie a un paio di ali, anch’esse in cemento. Si tratta di un monumento che ricorda i soldati che sacrificarono la loro vita per la libertà e l’indipendenza della Moslavina uccisi fra il 1941 ed il 1945, durante il periodo dell’occupazione nazifascista, pensato e realizzato da Dušan Džamonja: più che un monumento è un’entità che ti osserva, che custodisce il passato, ma con le sue ali lancia la Jugoslavia, l’idea della libertà e unità del popolo jugoslavo, nel futuro. Sembra brutto e rozzo, ma con la sua dissimulata staticità racconta bene le sorti della Jugoslavia. Almeno questa è l’idea che Tito in persona aveva espresso a Džamonja: “Io non amo l’arte astratta, ma questa sua opera parla molto bene della nostra rivoluzione”. Dopo di che chiese, ed ottenne, un modellino delle ali della libertà per la sua casa zagabrese…

Spomenik è un termine serbo-croato che indica enormi monumenti in cemento concepiti ed installati fra gli anni Cinquanta e Novanta del ventesimo secolo e disseminati nella ex Jugoslavia a memoria di particolari avvenimenti storici, per lo più legati alla resistenza dei partigiani comunisti di fronte all’avanzata neofascista. Ma gli spomenik sono qualcosa in più di un semplice monumento vicino all’architettura brutalista sovietica: sono luoghi di transizione, di passaggio temporale, sono delle macchine del tempo che raccontano il passato, ma che, per il loro aspetto, vengono direttamente dal futuro. Gianni Galleri racconta un viaggio nato e vissuto per il gusto proprio di viaggiare: attraversando in modo anarchico, ma sistematico, il territorio di Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Slovenia, con un bagaglio minimo costituito da un semplice zainetto e tanta curiosità, Galleri intreccia il ricordo del passato con la contestualizzazione presente, ma anche il forte senso di futuro degli spomenik. Quando sono stati eretti, gli spomenik hanno sugellato il processo di metabolizzazione degli orrori del passato, proiettandosi direttamente nell’oltre: che siano pugni chiusi rivolti al cielo (Niš), oppure ali della libertà (Podgarić), un fiore che si schiude (Jasenovac) o un’astronave che esce dal nulla (Makedonium). Galleri li usa come punto di partenza per raccontare un'intera geografia culturale e sentimentale, quella di un Paese che non c'è più ma che continua a vivere nel cemento e nei ricordi. Il libro è impreziosito dalla postfazione di Eric Gobetti e dalle illustrazioni grafiche di Federica Moro.