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Spostare la luna dall’orbita

Spostare la luna dall’orbita

C’è voluto un anno per far sì che il direttore del Museo dell’Acropoli di Atene, forse sfinito dalle perorazioni continue da parte dell’editore, consentisse a questa avventura letteraria eccezionale e mai avvenuta in precedenza di diventare realtà. Ed è così che, nell’ultima settimana di maggio, Andrea si è recata in un negozio della capitale francese specializzato in attrezzatura da montagna e ha acquistato un sacco a pelo, una torcia e un lettino da campeggio. Fin qui nulla di strano, se non fosse che l’attrezzatura non serve per bivaccare in alta quota, ma per trascorrere una notte all’interno del Museo dell’Acropoli di Atene, appunto. Il giorno successivo all’acquisto, infatti, Andrea prende un aereo e, qualche ora dopo, installa l’attrezzatura da alpinista sul pavimento del museo. Rapide le istruzioni che le vengono impartite, pochissimi i divieti: eccetto vandalizzare o rubare i marmi scolpiti da Fidia, tutto il resto le è concesso. Mentre l’Acropoli di Atene è molto antica, il suo Museo è appena adolescente: ha tredici anni, ma ne sono occorsi oltre quaranta per realizzarlo. L’edificio è stato inaugurato nel 2009, dopo decenni di lavoro e di progetti scartati, perché ad Atene il passato è nascosto nel sottosuolo sotto forma di reperti archeologici. Andrea viene accolta all’ingresso dall’assistente del direttore del museo con estrema cordialità e gentilezza. I greci si fidano di lei e delle sue parole. Non le rivolgono domande, anche se dovrebbero: l’ultima volta che uno straniero si è presentato davanti al Partenone con un gran sorriso e, apparentemente, buone intenzioni, è cosa nota come sia finita. Si è portato via il Partenone. Lo ha portato a Londra per rivenderlo. Qualcuno, tra il personale di servizio, bisbiglia che lei possa essere un’attrice e, quando finalmente anche l’ultimo guardiano si allontana per controllare il piano inferiore del museo e lei si ritrova completamente sola di fronte ai fregi commissionati da Pericle, le mani le prudono per il desiderio di estrarre dalla borsa l’unico libro che ha scelto di portare con sé in quella notte singolare. No, non si tratta di Platone né di Omero, ma della biografia di Lord Elgin....

Animata da una profonda passione per la civiltà greca antica e per uno dei principali simboli del suo splendore – il Partenone – Andrea Marcolongo, autrice italiana residente a Parigi, una Laurea in Lettere classiche all’Università di Milano e diverse pubblicazioni nel curriculum, offre al lettore un testo che è qualcosa in più di un saggio. Una sorta di diario intimo attraverso cui l’autrice, partendo dagli spazi bianchi lasciati dai marmi del Partenone trafugati secoli fa da Lord Elgin, li paragona ai vuoti che ciascuno porta in sé e sottolinea quanto ogni singolo essere umano sia in debito con qualcun altro per ciò che è. Dal canto suo, la Marcolongo si sente in dovere di fare una promessa: “Prometto a me stessa che dopo questa notte al museo dell’Acropoli andrò in ogni luogo del mondo dove è conservato ciò che è stato sottratto ad Atene. Un pellegrinaggio, o piuttosto una penitenza. Per espiare questa storia d’incuria davanti ad ogni frammento di marmo”. Durante la lunga notte in cui l’autrice resta sola – in compagnia di una torcia e un lettino da campeggio – all’interno del Museo dell’Acropoli di Atene, fantasmi del passato le fanno visita, a partire dall’ambasciatore inglese che, all’inizio dell’Ottocento, trafugò i marmi del Partenone e li portò nel Regno Unito nascosti in casse di legno. Partendo proprio dalla vita di Lord Elgin, l’autrice traccia collegamenti con la sua vita personale, racconta molto di sé e del suo rapporto con un’altra figura importante per il suo vissuto: quella del padre. Consente quindi al lettore di conoscere a fondo i dettagli privati di un’esistenza in cui il rimpianto per non aver compreso per tempo il filo che la lega al genitore da cui si è sempre voluta affrancare è un vuoto incolmabile. Parallelismi tra il proprio vissuto e la Storia diventano perciò il cuore della narrazione, che da una parte celebra la maestosità della cultura ellenica, e dall’altra apre le porte di stanze che difficilmente si ha voglia di visitare, quelle che invitano alla riconoscenza nei confronti delle persone verso cui c’è un debito da saldare, finché c’è ancora tempo. Una lettura intensa, che unisce un’ottima capacità di guardarsi dentro senza filtri e senza vergogna a una profonda cultura, fino ad arrivare alla consapevolezza che dalla Grecia molto è stato preso e poco restituito. E questo vale anche per l’autrice stessa, che “Rifletto guardandomi le punte dei piedi nudi, stanotte ad Atena non ho portato niente in offerta se non la mia incostanza. E il mio spazzolino da denti ancora umido che gocciola sul pavimento”.