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Sprinters - Una storia di Colonia Dignidad

sprinters

Fine degli anni Ottanta. Hartmut Münch ha otto anni. Esce con quattro amici a giocare nel bosco. Insieme a Tobias, Klaus e pochi altri compagni fa parte del gruppo dei cosiddetti sprinters, gli assistenti personali dello Zio Paul, soprannome dell’ex gerarca nazista Paul Schäfer, che dalla Germania è emigrato in Cile, per costruire un paese militarizzato dal nulla: Colonia Dignidad. Hartmut corre in mezzo agli alberi spensierato, ma non ha fatto i conti con la battuta di caccia che è in corso per allietare i “capoccia” di Colonia Dignidad. Malauguratamente un colpo va a segno proprio sulla testa del ragazzino, che non sopravvive. Agli altri abitanti della comunità, la dottoressa Gisela dirà che la morte del ragazzino è stata causata da un incidente, il bambino si sarebbe spaccato la testa cadendo dal retro di un pick-up. È Lutgarda, un ex colona, a raccontare la storia vera. Ha vissuto quasi tutta la vita nel paese/lager. Lei - come molti altri suoi compagni e compagne - ha subito un’esistenza ai limiti del paradossale: donne separate da uomini e bambini, assunzione forzosa di farmaci per inibire il desiderio sessuale fino ai quarant’anni, nessun tipo di contatto con l’esterno, turni di lavoro massacranti…

Il libro/inchiesta di Lola Larra parte come un reportage à la Truman Capote per descrivere dal punto di vista di una colona un mondo ai limiti dell’incredibile: negli anni Sessanta viene fondata in Cile una città che prende come modello organizzativo i campi di lavoro nazisti e per quasi quarant’anni nessuno dice niente. Tutto sembra essere normale, a Colonia Dignidad. La connivenza con il potere per mascherare depositi di armi e droga e connessioni con gruppi terroristici di estrema destra emerge solo grazie all’attività di decine di esuli e a qualche sparuto avvocato, che a fatica scoperchiano l’infamante e infame vaso di Pandora. Il racconto viene inframmezzato dalla sceneggiatura (in realtà uno storyboard a fumetti curato dall’illustratore Rodrigo Elgueta) di un lungometraggio che l’autrice aveva abbozzato per narrare la storia della fuga di due coloni dal villaggio. Oltre a ciò, vengono aggiunte anche dichiarazioni e interviste estratte dal processo a Schäfer, ai coloni, come pure lunghe liste di armi ritrovate dalla polizia durante la perquisizione del paese. Un incubo che va rivissuto per capire fino a dove può spingersi quella che Hannah Arendt definiva “la banalità del male”. Leggere le storie dei coloni, gente cui la vita è stata privata per eseguire gli ordini di pedofili e delinquenti senza scrupoli, è un’esperienza che va vissuta sulla carta, ancora una volta, per non dimenticare fino a dove si può spingere il condizionamento dei nostri simili. Illuminanti e tragiche le pagine in cui la protagonista rimpiange di essere stata liberata. Qual è la vera prigione? E dove si trova la libertà? Anche noi nel nostro piccolo viviamo quotidianamente in una Colonia Dignidad, una bolla che ci protegge e da cui è difficile, se non impossibile, uscire.

LEGGI L’INTERVISTA A LOLA LARRA