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Staccando l’ombra da terra

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Lui era un camminatore nato, uno di quelli che guarda la strada e il paesaggio che scorre all'unisono. Quando lo faceva da bambino, si sentiva un tram. Sapeva però che muoversi sulla terra non poteva bastare e, come il bruco che si trasforma in farfalla, quel mezzo su rotaia era destinato e pronto a trasformarsi in aeroplano: “Non un pilota, un aeroplano”. In questa nuova forma psico-fisica, si è affini agli oggetti in cielo, dalle creature volanti della storia più antica agli UFO, passando per Icaro e Pegaso. Poi, sebbene “il volo migliore è senza dubbio quello della mente” - perché da millenni si vola soprattutto così - arriva il giorno in cui lui si trova a pilotare da solo, per la prima volta. Senza passeggeri, e soprattutto senza l'istruttore, il maestro: un'esperienza onirica e struggente. A poco servono adesso i riti propiziatori o le ripetute e impeccabili esercitazioni: soli sulla pista, prima del decollo, la mente è tesa solo ai gesti necessari, meccanici, e lo scopo è staccarsi da terra. Allontanarsi dalla propria ombra. La paura non colpisce solo nelle complicate manovre di decollo e atterraggio. Ogni particolare preoccupa, anche se su quell'aeroporto ogni traffico è stato sospeso per permettere quell'esordio in cielo. La pista sarà troppo corta? I freni e il volantino risponderanno? E la leva dei flap? Tutto può diventare errore e “ogni errore è una cicatrice, ma non evita la ricaduta”. Poi, una specie di ordine cosmico si allinea ai gesti meccanici del pilota che si fonde con il contagiri e l'anemometro, i freni lasciano libera la potenza, e con stupore la rincorsa verso il decollo diventa metamorfosi: è nato un pilota, anzi un aeroplano…

Volare come esperienza esistenziale: sembra una metafora banale, un'idea romantica ma semplice. Proprio per questo, è necessario scriverne bene, raccontarla in modo perfetto e consapevole. Pochi ci riuscirebbero, Daniele Del Giudice lo ha fatto con maestria, più volte. Staccando l’ombra da terra è stato pubblicato nel 1994 (vincendo importanti premi letterari); poco meno di dieci anni prima era uscito Atlante occidentale con co-protagonista ancora una volta un appassionato di aviazione. Quando Del Giudice è morto, il 2 settembre 2021 a settantadue anni, molti coccodrilli sui giornali lo hanno ricordato come “lo scrittore pilota”. Impossibile, dunque, non chiedersi cosa significasse per lui volare, farlo davvero con tanto di brevetto, impegnando anima e corpo, pensieri e penna per provare a scollare l'ombra dalla terra. Questo romanzo ha un po' la forma di una raccolta di racconti; non ci sono soltanto la narrazione della nascita di un pilota e il percorso di addestramento (tecnico e filosofico) con il suo maestro. Negli otto capitoli/racconti trova spazio anche una storia sulla strage di Ustica ed è racchiusa tra parentesi, come una specie di incubo da tenere a bada, ma… può un pilota prescindere da quel che successe al volo Itavia 870 sopra i cieli della minuscola isola siciliana? Unreported inbound Palermo è diventato anche uno spettacolo teatrale scritto e interpretato da Marco Paolini con le musiche di Giovanna Marini. Il resto delle storie sono da leggere e meditare, con la giusta calma, perché ogni parola di Del Giudice ha un peso specifico notevole. E perché i temi nascosti tra la descrizione di una manovra o di un evento metereologico e un ricordo di guerra o di aneddotica aeronautica riguardano noi, l'inevitabilità dei nostri errori (senza troppe morali, ma con abbondante coraggio) e ciò che accade quando la necessità di decollare vince sul timore di cadere.