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Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire piú

Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire piú

La pratica dello “Stai zitta” è maleducata e sessista: basta pensare alla televisione italiana e a tutti gli esempi che si possono portare. Mai una voce di donna si è alzata prevaricatrice e con tanta maleducazione si è imposta violentemente al suo interlocutore. Gli uomini sì che lo fanno. E nonostante questo non hanno mai smesso di frequentare i salotti - talk show di radio e televisione. Raffaele Morelli, per esempio, o Ignazio La Russa o lo scrittore Mauro Corona, o i mille altri esempi che si possono fare, episodi che si possono raccontare. “Canta e stai zitta”, “Scrivi e stai zitta”, “Fai i tuoi film e stai zitta”, perché una donna non può permettersi di avere un’opinione ed esternarla, tant’è che la donna socialmente gradita è silenziosa, contrariamente alle tutele della Costituzione Italiana. Eppure Bianca Berlinguer, nel settembre 2020, non si è nemmeno sognata di essere maleducata con Mauro Corona, a differenza di quello che ha fatto lui: “Senta Bianchina (?), la mando in malora e me ne vado! Stia zitta una buona volta, gallina!”. Bianca Berlinguer, da padrona di casa a Carta Bianca, aveva eventualmente tutto il diritto di parlare, replicare, domandare. Anche provocare, volendo. Ignazio La Russa non ha usato con Concita De Gregorio l’appellativo di “gallina”, ma non si è risparmiato in quanto a maleducazione. Sky TG24 nel 2008: un ministro della Difesa si rivolge alla direttrice de “L’Unità” dandole del lei, poi del tu e concludendo con “Ma si tappi la bocca! Con un turacciolo se la tappi! Vergogna Concitina! Vergogna!”... Concitina? Un diminutivo, come si fa con una bambina impertinente! Alla fine il silenzio è una virtù, ma solo per le donne. E in un contraddittorio, quando hanno ragione, vengono tacciate di “fare le maestrine”, di “volere sempre avere la ragione”, di “essere entrate ormai dappertutto”, pur sapendo che la parità è tutt’altro che raggiunta. Il gap è sempre maggiore e la matematica non è un’opinione...

Un cosiddetto testo femminista, ammesso e concesso che questa denominazione significhi ancora qualcosa. Molti gli spunti di riflessione, molte le verità, ma fondamentalmente ci si ritrova sempre, purtroppo, come avviene anche in altri dibattiti, a badare troppo alla forma e poco alla sostanza. “Non ci serve la corona: dottoressa è sufficiente, grazie”, è un’affermazione che la dice lunga. Forse sono proprio le donne che per prime accettano di essere messe in secondo piano, gridando allo scandalo quando si usano espressioni come “donne vere”, “femministe vere”, sapendo che si usa anche “uomini veri” e non solo e forse perché in Italia qualcuno, per motivi ignoti, ha bisogno di questi rafforzativi. Fondamentalmente non sono gli uomini a far credere che le donne siano una contro l’altra, perché ci riescono benissimo da sole e non ammettere che c’è una certa invidia di genere è come vivere con il paraocchi. Più che un processo ai media e al loro linguaggio, forse sarebbe meglio processare le azioni, cercare cioè quelle pratiche sbagliate (e nei casi citati, maleducate) che pongono le donne sempre un passo indietro rispetto a chi ha avuto il “privilegio di nascita”: sarebbe probabilmente più giusto avere, come obiettivo della battaglia, un’eliminazione di tali “diritti”, spingendo in qualche modo a una reale parità di trattamento, piuttosto che soffermarsi sulle denominazioni sindaca, ministra, assessora. Ma è l’eterno dilemma tra essere e apparire. Bisognerebbe provare, ad esempio, a far condannare per discriminazione Valerio Staffelli e Striscia la notizia per un tapiro dato ad Ambra Angiolini, mettendo in piazza e in ridicolo la sua situazione di donna abbandonata e tradita e non è il solo caso, ma uno su tanti (non c’entra niente il suo essere personaggio pubblico, né il fatto che poco prima ridesse insieme allo stesso Staffelli), piuttosto che scandalizzarsi su una denominazione o sul fatto che i media utilizzano un articolo femminile davanti a un cognome.