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Stanza 411

Stanza 411

Roma. Albergo Nazionale. Piazza di Montecitorio. Stanza 411. Una donna si guarda allo specchio: cerca uno sguardo neutro, veritiero, che non sia sporcato dal pregiudizio verso sé stessi, da quella smania di vedere solo i nei sulla propria pelle. Si guarda: ha ossa sporgenti, “pronte a ferire in un abbraccio troppo stretto”. È una fiera indomita, guardinga perché ferita, lacerata: gira circospetta lungo il perimetro del proprio territorio, del proprio essere. Non si lascia avvicinare troppo, non abbastanza almeno. Eppure ci sono inizi prepotenti – occhi freddi come il cielo di marzo –, spaventosi e tremendamente capaci di farsi spazio. Una dimensione anonima, nuda come una stanza d’albergo, è il luogo in cui lei abbassa le difese. S’arrende e si lascia rinchiudere. Proprio lei che aveva scelto lo spazio sterminato della savana. Proprio lei arriva ad assaporare l’infinito spalancato in una casa, la gioia d’una luna nascente che, però, fa paura, terrore, fino al fastidio fisico. Fino a dare l’apnea. Nello spazio stabile di una casa, una storia nata in luoghi fragili – stanze d’albergo, case in affitto –, vacilla. Il gioco delle parti fatica a reggere e a sorreggersi, a prendersi sul serio. Nonostante la mollezza dei sentimenti, la ruvidezza della verità è troppo scomoda per poter continuare ad adagiarci delicatamente il cuore...

“Tu devi dedicarti interamente al cavallo, ed essere tuttavia pronto a poter essere disarcionato in qualsiasi momento”. È questa la metafora dell’amore. La dedizione d’un’anima che sappia darsi senza freni e senza difese, che sappia convivere ogni giorno con la paura del vuoto, con le vertigini che provoca l’altezza del sentimento. Simona Vinci ci lascia leggere un diario intimo, fatto di paure che ghiacciano, che pietrificano. Di valigie piene e armadi vuoti. Di stanze e luoghi senza vita. Di un io e un tu senza identità, ma che sono dati solo dai loro fallimenti, dalle loro incurabili ferite. Di un io e un tu immobili. Di un noi che sarebbe potuto essere e, invece, non è stato. Di un io e un tu che hanno visto scivolargli di mano e sparire chissà dove – come una pallina magica – il proprio amore. Chi sei tu? Che ci faccio io qui? L’io ha smesso di conoscere il tu, anzi non l’ha mai conosciuto. Per un attimo si è costruito un proprio tu, un altro da sé che l’ha salvato, che l’ha fatto ri-nascere, ma che non è mai esistito davvero. L’autrice (Premio Campiello 2016 con La prima verità) racconta, con semplicità e profondità insieme, uno tra i più complessi dolori: il sentimento della fine (o la fine del sentimento), l’amarezza del non essere più con l’altro, per l’altro. I dubbi. La delusione. Il vuoto del non riconoscersi più negli occhi dell’altro. Il sapore aspro dell’errore, la consapevolezza dell’essere stupidamente caduti in una pozzanghera solo in apparenza limpida e chiara, ma che a guardarla bene era acqua sporca... solo acqua sporca?