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Stelle nere

Stelle nere

Gli ultimi mesi sono stati particolarmente pesanti per la commissaria Valeria Bardi. Il corpo di sua madre ha cominciato ad annebbiarsi e a trasformarsi in un ostacolo, mentre la mente continua a mantenersi lucida e attiva. Visite mediche, terapie, farmaci, difficoltà sempre crescenti, da parte dell’infermiera di turno, a infilare l’ago nelle vene indurite delle braccia, problemi articolari e incedere sempre più affaticato e lento sono segnali che Valeria, donna generalmente pragmatica e risoluta, si rifiuta di notare. La commissaria fa tutto ciò che le è possibile per ritagliarsi un giorno alla settimana e occuparsi della madre – anche per dare il cambio al fratello, sempre in affanno, e permettergli di riposarsi un po’ – ma non sempre le riesce. Oggi, per esempio, l’ha svegliata il suono del cellulare alle sette. Quando sul display ha letto il nome di Manuele – Belgrandi, ispettore capo – ha intuito subito che si tratta di una grana, bella grossa per di più. Infatti un cadavere è stato ritrovato a Strada in Chianti, nell’ultima fila di un pullman: immobile, occhi verdi sbarrati e una striscia color porpora a segnarle il collo. Valeria si prepara in fretta ed esce di casa saltando la colazione, anche se in realtà si infila un paio di muffin in borsa e li divora appena entra in ascensore. Raggiunge Strada in Chianti in breve tempo: non c’è traffico a quell’ora del mattino e, in ogni caso, si muove in direzione opposta, verso Firenze. Quando il medico legale sale sul pullman, poco dopo l’arrivo della commissaria, conferma la morte per strangolamento, probabilmente con uno stringicavi da elettricista. Sulla parte superiore del capo della vittima, inoltre, c’è un piccolo bernoccolo che spunta tra i capelli. L’assassino, che probabilmente ha ucciso la vittima altrove, prima l’ha tramortita e in seguito strangolata. Inoltre, post mortem, ha inferto due colpi sul busto del cadavere, con un’arma da taglio...

Terza indagine per Valeria Bardi, commissaria e profiler nata dalla fantasia di Maria Letizia Grossi, autrice di origine campana ma fiorentina d’adozione, una laurea in Storia medievale e oltre vent’anni di insegnamento alle scuole superiori nel curriculum. Questa volta la vittima è una donna, ritrovata cadavere a bordo di un pullman, senza alcun indizio che possa far luce sulla sua identità. Sarà uno scapolare, un’immagine sacra cucita nel reggiseno della donna, a imprimere una prima svolta alle indagini. L’immagine raffigura San Marone, asceta fondatore di una congregazione spirituale in Libano, da cui deriva la chiesa cosiddetta maronita, appunto. La donna ha quindi origini libanesi, in particolare in una zona che si colloca lungo la fascia costiera del Qamar, un paese impegnato da anni in una guerra civile tra sciiti, maroniti e fondamentalisti. Chi non ha perso la vita nel conflitto cerca rifugio fuggendo dal paese, sperando in una protezione e in una nuova ripartenza. L’omicidio di Strada in Chianti diventa per l’autrice il pretesto attraverso cui presentare un conflitto drammatico, che racconta il male e gli unici mezzi in grado di contrastarlo: l’accudimento dell’altro, il prendersi cura di chi è ferito e fragile, l’accoglienza di chi viene abbandonato, il coltivare la speranza nonostante i momenti tragici e bui che attraversano ogni vita. Bravissima nel mostrare i risvolti psicologici dei vari personaggi, l’autrice ha anche il merito di raccontare con profondo amore e accuratezza una città – Firenze – che si fa emblema della bellezza, potentissima forza capace di guidare il mondo lontano dal baratro nel quale la malvagità umana potrebbe condurlo e di indicare, grazie alla luminosità delle stelle, la strada più sicura verso la salvezza.

LEGGI L’INTERVISTA A MARIA LETIZIA GROSSI