Salta al contenuto principale

Stiamo abbastanza bene

Stiamo abbastanza bene

“Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cerca”. Sì, è la frase di Lello, del film Ricomincio da tre interpretato dal grande Massimo Troisi. E Andrea, appena arrivato a Milano da Napoli, sembra vivere immerso in essa, dato che ha anche il poster del lungometraggio appeso al muro. Ha inoltre venticinque anni, una laurea in Matematica e nessuna intenzione di tornare sui libri. Se è salito nel nord è proprio perché vuole scappare dalla vecchia vita, e poi dalla ex, Luisa, a cui vuole pensare il meno possibile, ma anche perché vuole iniziare a lavorare. Una qualsiasi occupazione va bene, per cominciare. Sa che i suoi genitori, tanto apprensivi da trattarlo ancora come un bambino, sono rimasti delusi da questa sua scelta, ma a lui non importa. Accetta così lavori di ogni genere, anche i più umili: aiuta il portiere del condominio, prova a fare il guardiano notturno in un supermercato (ma di quelli senza pistola, che in caso di arrivi fastidiosi possono solo limitarsi a richiami verbali), il cameriere in un locale e infine persino lo spacciatore. Intanto, in continuazione, quando è nervoso Andrea conta: le lettere delle parole, le persone nei locali, le percentuali di uomini e donne presenti. Il contare lo illude di saper leggere il mondo...

Il romanzo di esordio di Francesco Spiedo è pieno di citazioni, e questa caratteristica è al contempo il principale punto di forza e anche il principale punto di debolezza del testo. Quando infatti ci sono le citazioni esplicite, dichiarate, provenienti ad esempio dai film di Troisi, e i personaggi quindi giocano con esse, la trama allora è vitale, ha una lingua forte e significativa; quando invece iniziano a sovrapporsi nella narrazione in sé innumerevoli altre citazioni dai film di Sorrentino (“le case dei vecchi”, “la grande bellezza” o il personaggio stesso dello zio Toni che dichiara limpidamente la propria somiglianza con Jep Gambardella) o dalle canzoni di Dario Brunori (“il dolore serve, proprio come serve la felicità”), tutto diviene allora un po’ artefatto, dal sapore eccessivamente serio. In effetti, ciò che forse manca un po’ in questo romanzo è proprio quella voce al contempo letteraria e scanzonata di tutti gli autori citati: artisti che riescono, o riuscivano, sempre a miscelare il registro divertente e quello drammatico. Spiedo però, quando trova spunti più profondamente personali, rivela anche un’innegabile bravura stilistica, e riesce quindi a scrivere quello che, come suol dirsi, è un libro “di voce” e non “di trama”. Molto interessanti i passaggi descrittivi soprattutto delle due città che sono le vere protagoniste: Milano e, ovviamente, Napoli.