È passata solo un’ora da quando Hannah se n’è andata. Ne restano altre 551 prima che l’intero dormitorio si ripopoli delle voci, dei corpi, della vita dei suoi studenti. Ma fino a quel momento, gli unici rumori che potrà sentire sono i suoi, quelli prodotti dal suo corpo e dai suoi movimenti. Marin è riuscita a convincere il suo tutor a farla rimanere per le vacanze di Natale; ben 23 giorni da sola, con l’unica compagnia del custode. All’inizio le era sembrata una buona idea. Tutto pur di non tornare in California. Adesso invece, quando anche l’ultimo rumore si è spento – l’accensione della caldaia – quella idea non le sembra poi così avvincente. Forse avrebbe dovuto accettare l’invito di Hannah e passare le feste con la sua famiglia. Ma non si sente ancora pronta per il Natale e tutto il carico emotivo che quella festa porta con sé. I pensieri volano all’ultimo Natale a casa sua, con il nonno, l’albero e le lucine comprate da sua madre e sua nonna... D’improvviso si rende conto che è ancora lì, impalata davanti la sua finestra a guardare il vialetto, dal quale è scomparsa la sua compagna di stanza. Il suo fiato crea delle piccole macchie di condensa sul vetro, mentre il silenzio intorno a lei sembra aumentare in maniere inversamente proporzionale alla diminuzione della luce fuori. Deve darsi una mossa. Presto sarà buio e ancora non ha fatto la spesa per domani e i prossimi giorni. Già, domani. Il pensiero la scuote fino al midollo, realizzando che mancano poche ore e rivedrà Mabel, dopo ben quattro mesi. Dopo la sua fuga dalla centrale di polizia, dopo gli oltre 300 messaggi ai quali non ha mai risposto, dopo un viaggio di oltre 300.000 km, distanza non abbastanza sufficiente ancora da chiudere definitivamente la porta con il passato...

“Ho paura che non mi abbia mai amata”. È in questa frase che si condensa tutto il dolore e lo smarrimento di Marin, giovane adolescente protagonista del nuovo romanzo di Nina LaCour, già autrice di Ferma così (vincitore del premio William C. Morris dell’America Library Association) e Il ritmo dell’estate. Appena quattro giorni – questo è l’arco temporale della narrazione – per descrivere il senso di smarrimento, paura, dolore e rabbia che porta con sé un rapporto d’amore e fiducia venuto meno. Il romanzo inizia in medias res ma, grazie ai numerosi salto indietro nel passato il quadro generale si ricompone. E così conosciamo la Marin spensierata e felice, messa a confronto con la Marin attuale, ben lontana dal calore e dal sole della California, unica ospite di un dormitorio universitario vuoto per le vacanze di Natale, in un gelido inverno newyorchese. Una ambivalenza non casuale, ma che riflette a pieno lo stato e la difficoltà nella quale versa la protagonista: il clima rigido di New York è una metafora del senso di freddo e gelo provato da Marin dopo la perdita, non ancora pronta ad affrontarla e restia anche solo a pensare che quel dolore sia lì, vero e reale. Un senso di diniego che, se da un lato offre qualche barlume di normalità nella nuova vita della ragazza, dall’altro non fa che rende più pesante e difficile il momento in cui si dovrà fare i conti con quel dolore. Ed è su quest’ultimo aspetto che LaCour pone la sua attenzione: l’unico modo per poter superare un dolore è quello di affrontarlo; una scelta che incute paura e che si tende a rimandare, poiché rende definitivo un qualcosa che fino a quel momento poteva anche non essere reale, ma necessario per poter guarire. Inserito da “Time” nella lista dei 100 libri YA migliori di sempre, We Are Okay (questo il titolo originale) è in grado di trattare il tema di cui si fa portavoce in una maniera universale e per questo adatto anche a un pubblico uscito da qualche anno dalla adolescenza.