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Stirpe e vergogna

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Dell’amico che ha detto a suo padre che i doppi nomi creano sempre enormi problemi - ognuno li interpreta come vuole aggiungendo trattini o eliminando ora un nome e ora un altro - si sono da tempo perse le tracce. Quel che è certo, però, è che Michela ha scoperto di chiamarsi in realtà Maria perché suo padre, appunto, quando si è recato all’anagrafe per registrarne la nascita, ha fatto scrivere che il nome della figlia è Maria virgola Michela virgola Rosa. E si sa che, in questo caso, quello che davvero conta è il primo nome dell’elenco. L’unico documento in suo possesso che le consenta di ritirare alla posta, per esempio, un pacco o una lettera intestati a Michela Marzano senza dover litigare furiosamente con l’impiegato allo sportello, è il certificato di battesimo, che comunque non ha alcun valore legale. In definitiva, quindi, Michela Marzano non esiste. Suo padre, invece, si chiama Ferruccio, come nonno Ferruccio, il padre di suo padre. Questo è ciò a cui sta pensando Michela quando, a Roma per trascorrere alcuni giorni insieme ai genitori e per fare il punto sulla sua vita, si imbatte in una vecchia fotocopia. È da poco nato Jacopo, suo nipote, il figlio di suo fratello Arturo e Michela si sente come se il mondo le fosse crollato addosso. La nascita di Jacopo è stato un vero terremoto per lei, nonostante vent’anni di analisi. Perché solo lei si ritrova senza figli? La domanda continua a mulinarle in testa mentre si rigira tra le mani la fotocopia del certificato di battesimo del padre. Lì sopra c’è scritto che il padre è stato battezzato con il nome Ferruccio Michele Arturo Vittorio Benito. Tutto di seguito e senza virgole. Altro che solo Ferruccio! Ma il nome Benito da dove salta fuori? Cosa c’entra Mussolini con suo padre? Perché non ha mai saputo nulla di questa storia? L’acqua che sta bevendo le va di traverso e comincia a tossire…

“Coltivare una serpe in seno”. Questa è l’espressione che meglio riassume il testo di Michela Marzano, scrittrice, editorialista, filosofa, docente universitaria romana che non ha bisogno di presentazioni. Figlia di socialisti, donna politicamente orientata a sinistra e deputata del PD, è da sempre stata convinta di essere dalla parte giusta della barricata. I cattivi sono gli altri; i fascisti, responsabili di una vergogna di cui ancora l’eco è potente, non hanno nulla a che fare con lei e con la sua famiglia. Invece no. Quasi per caso, mentre sta raccogliendo nuove idee per il romanzo che ha intenzione di scrivere, la Marzano scopre che il nonno è stato un fascista, uno di quelli tosti, della prima ora, tanto che ha preso parte alla marcia di Roma. La scoperta è una doccia fredda, un vero e proprio terremoto che scardina ogni certezza dell’autrice e la pone di fronte alla necessità di fare i conti con una realtà che può soffocare: il fascismo ha sempre fatto parte della sua famiglia; la serpe, quindi, l’ha sempre portata - e protetta - in seno. La Marzano racconta la parabola del nonno attraverso un viaggio a ritroso tra vecchi diari e ricordi del passato, e ne analizza ogni sfumatura: il fascismo e la vergogna correlata a certi comportamenti da esso derivati riaffiorano e si racconta di un credo ben radicato in un uomo capace di grandi gesti d’amore, una figura di cui l’autrice ricerca l’identità più profonda, quella che va oltre la tessera di affiliazione a un partito. Un viaggio avvincente e catartico, che insegna come la realtà non sia fatta unicamente di bianchi e neri, ma contenga in sé infinite sfumature, e come gli esseri umani siano quanto di meno razionale si possa pensare. Fuggire dalle proprie origini e dalla vergogna legata a scelte e percorsi di famiglia non ha senso: l’unico modo per sconfiggere una paura è affrontarla, l’unico modo per sanare una profonda ferita è aiutarne la cicatrizzazione e l’unica via per far pace con il proprio passato e con i suoi orrori è conoscerlo a fondo e prendere coscienza di ogni aspetto, anche quelli più complessi e apparentemente inaccettabili.