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Storia della mia faccia

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Zen Ruth Ozeki, scrittrice e sacerdote buddhista, sistema lo specchio sull’altare dove c’era il Buddha, posiziona il laptop in modo da poter scrivere comodamente, si interroga se la luce sia giusta. Ha deciso di compiere un esperimento: rimanere seduta tre ore ad osservare il suo volto osservando e scrivendo quello che questa esperienza muove in lei. Si tratta di una variazione di un esperimento di osservazione in cui si è imbattuta leggendo un saggio sui benefici pedagogici dell’attenzione immersiva. L’autrice, Jennifer L. Roberts, proponeva ai suoi studenti di rimanere ad osservare per tre ore un’opera d’arte, notare ogni singolo dettaglio e scoprire come i dipinti siano “batterie di tempo”. Inizia così un conto alla rovescia in cui la Ruth alterna la semplice osservazione dei suoi tratti e delle sue espressioni, alle riflessioni che inevitabilmente scaturiscono da una somiglianza, da una cicatrice, dai ricordi contenuti in ogni centimetro del suo volto di donna. Occhi, capelli, rughe, imperfezioni, asimmetrie raccontano così la storia intima di una bambina per metà giapponese e per metà americana cresciuta in una doppia cultura che trova forse nel suo volto originale una fusione che ne raddoppia la grandezza…

Un breve e folgorante racconto quello di Ruth Ozeki, autrice e regista americana-canadese che mescola l’autobiografia più sincera alla non-fiction, alla meditazione e alla riflessione profonda su temi universali come la ricerca dell’identità razziale, il senso ultimo delle cose, la percezione di se stessi e gli altri. Un libro illuminante che con una prosa essenziale mette di fronte il lettore ad uno specchio e invita a meditare su se stesso attraverso l’esempio condividendo ricordi, esperienze e processi di trasformazione che nell’arco di tre ore per lei protagonista e centotrentotto pagine per noi lettori mutano come le espressioni di un volto familiare.