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Storia di Uliviero

Storia di Uliviero

In Puglia corre il 1927, è aprile e Nennella, ragazzina quindicenne figlia di un modesto lavoratore, crede erroneamente che sia il 31 del mese. Sta per partorire, ad assisterla c’è sua sorella Nunzia, di un anno più grande, che ha già assistito a qualche parto e la aiuta come può: le dice di spingere, la sprona a respirare profondamente. Alla fine, Nennella dà alla luce un maschietto che chiama Baldino. Baldino è anche figlio di Baldovino Benci, il figlio del barone Vincenzo Benci, per cui lavora il padre di Nennella. All’interno della masseria, nessuno a parte Nennella e Nunzia è a conoscenza del parto: e quest’ultima convince sua sorella a dare via subito il bambino, onde evitare complicazioni. In un primo momento Nennella acconsente convinta, ma poi, una volta stretto tra le mani quel neonato, sangue del suo sangue, si sente sciogliere d’amore e decide così di tenerlo con sé almeno per la prima notte. Durante quella fatidica notte, si reca all’uliveto della masseria, dove si trova un ulivo dal tronco concavo grande abbastanza da contenere il suo Baldino. È lì che Nennella si addormenta...

Storia di Uliviero è la seconda opera narrativa di Milagros Branca, dopo Conseguenza d’amore (2010, La Tartaruga). Il romanzo è ispirato a una storia che le è stata raccontata da un amico della figlia: il nonno di questo amico all’età di tre anni si era addormentato in un furgoncino, il proprietario partì senza accorgersene e all’arrivo, assieme a sua moglie, non sapendo dove il bambino fosse salito e poiché il piccolo non riusciva a spiegare da dove venisse, decise di tenerlo e crescerlo come figlio suo. La vita di Uliviero comincia con un accadimento simile, che lo fa giungere in America dal suo padre adottivo (Amerigo). A questo punto, Milagros Branca comincia a tessere la tela del suo romanzo, portando avanti da un lato la storia “americana”, dall’altro quella “italiana”, che inevitabilmente finiscono con l’intrecciarsi. Ambientato temporalmente tra gli anni Venti e i Cinquanta del Novecento, Storia di Uliviero mette a fuoco i movimenti culturali che hanno animato Roma, Venezia, New York e Los Angeles durante quegli anni, dal cinema alla pittura, dalla fotografia alla moda. In questo, il lavoro di ricerca svolto dall’autrice è più che encomiabile. Tuttavia, questo da solo non è sufficiente a reggere la struttura del romanzo, che ha una trama potenzialmente interessante ma poco valorizzata, bidimensionale. I numerosissimi eventi si susseguono l’uno dopo l’altro senza soluzione di continuità, semplicemente elencati e mai approfonditi come si dovrebbe (in ordine sparso e casuale: la separazione tra Nennella e Baldovino; i vari successi della carriera di Uliviero). Di conseguenza ogni momento, anche il più intenso, perde di valore e non crea né empatia né pathos nel lettore. Questa “aridità” emotiva è inoltre aggravata dal fatto che, fino alle ultime battute del romanzo, i protagonisti incassano un successo dietro l’altro, senza alcun attrito (se non minimo) per le loro vite pubbliche e private. Ragion per cui anche il finale, in cui si addensa tutto il dramma di Storia di Uliviero, scorre via in maniera abbastanza impalpabile.