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Storia di un figlio

Storia di un figlio

Enaiat viene dall’Afghanistan, per la precisione da una piccola regione montuosa dove vivono gli Hazara. Chissà perché, la loro etnia è sempre stata odiata nel Paese e di questo, anche ora che vive in Italia, Enaiat non sa farsi una ragione. Non ci ha vissuto molto in realtà nell’Hazarajat, perché un triste giorno, dopo un affare finito male, al padre era stato imposto un risarcimento che consisteva proprio in lui, primo di tre fratelli. Tra schiavitù certa (e forse peggio) e una minuscola speranza di vita, la madre si era aggrappata a quel sottile filo e una notte, senza dire nulla ai due figli più piccoli, lo aveva condotto in Pakistan e lo aveva lasciato lì, solo. Abbandonato. Eppure, in mezzo a mille peripezie, il ragazzino cresce e intanto si sposta, condotto dal desiderio di una vita migliore e forse anche dal bisogno di smettere di sopravvivere, per poter trovare delle risposte. Negli anni si sposta in Iran, Turchia, Grecia e infine arriva in Italia, dove trova una famiglia torinese disposta ad accoglierlo. È l’inizio della ricostruzione, dello studio, dell’autonomia economica e della sensazione di essere finalmente al sicuro. Ora Enaiat ha finalmente risorse emotive ed economiche sufficienti per provare a rintracciare la sua famiglia, sempre è rimasta nei suoi pensieri. Così, attraverso un generoso amico afgano, prova a mettersi sulle loro tracce...

Un libro del genere non dovrebbe far sorridere. Dovrebbe piuttosto far piangere, schiacciati dal peso di un’ingiustizia insopportabile. Eppure, sarà l’incontro felice tra l’autore e il protagonista, ma leggere questa storia è perfino divertente, la penna è lieve, gli interrogativi giganteschi sono appoggiati lì con un sorriso, con dolce ironia. Il che tutto sommato fa ancora più male. Da qui, nel comodo Occidente, l’Afghanistan risulta una regione incastrata da qualche parte nel Medio Oriente, a metà tra buoni e cattivi. Dipende dai momenti e da quello che ci viene raccontato. Come sempre, però, dentro a un punto su una cartina ci sono le persone, alcune buone, altre cattive certo, tante inconsapevoli dei due estremi. Persone che sopravvivono, umilmente, coltivando i loro affetti e cercando di non offendere nessuno. Come qui nel comodo Occidente, si potrebbe dire. Invece, in Afghanistan una madre accetta di abbandonare nottetempo il figlio di 10 anni in una comunità di semi-orfani di strada semplicemente perché l’alternativa è condannarlo a morte certa. Straziante a pensarci bene, una lacerazione che deve aver avuto anche il protagonista che è riuscito a farne la motivazione per sopravvivere e provare a capire. Il tutto, di nuovo, scritto così, piacevolmente, provando a far vivere l’emozione più che a fare sermoni sull’ingiustizia del mondo. Un testo che, tra le mille altre cose, ci ricorda che, qui nel comodo Occidente, sarebbe sempre meglio sospendere il giudizio perché non abbiamo abbastanza elementi per dire chi è buono e chi è cattivo.