Un’amicizia può essere un modo di stare al mondo, prima ancora che un rapporto tra due persone. Nasce da un incontro quasi mancato, da un fraintendimento, da una possibile lite, e si trasforma subito in riconoscimento: la comune passione per Ariosto, per Boiardo, per le storie laterali, per i tipi umani fuori squadra. Da lì prende forma un percorso fatto di cene bolognesi, camminate nel delta del Po, discussioni su letteratura, filosofia, politica, viaggi progettati e mai compiuti, riviste immaginate e poi realizzate. Al centro c’è un’idea della scrittura come salvataggio dell’effimero: le cose viste, ascoltate, sognate, fantasticate precipitano nell’inesistenza se nessuno le raccoglie. Ogni incontro, anche il più strambo, può diventare racconto; ogni conversazione può aprire una piccola rivelazione; ogni luogo marginale — un’osteria, un argine, una casa isolata, una trattoria scomparsa — custodisce una possibilità narrativa. Ma cosa resta davvero di una vita condivisa? E come si può raccontare un’amicizia senza trasformarla in monumento?

A queste e ad altre domande prova a rispondere Ermanno Cavazzoni nel saggio Storia di un’amicizia, dedicato a Gianni Celati. Cavazzoni, scrittore nato a Reggio Emilia e a lungo legato a Bologna, è autore di libri come Il poema dei lunatici, Vite brevi di idioti, Gli scrittori inutili, Storia naturale dei giganti e Il gran bugiardo. Ha collaborato anche alla sceneggiatura di La voce della luna di Federico Fellini ed è stato, con Celati e altri, tra gli ideatori della rivista “Il semplice”. Il libro si colloca in una zona volutamente irregolare: non è una biografia, non è critica letteraria, non è memorialistica celebrativa. È piuttosto una narrazione di ricordi, avventure, dialoghi, figure laterali, in cui Celati appare non come “maestro” imbalsamato, ma come presenza viva, impulsiva, comica, libera, refrattaria al potere e alle pose intellettuali. La scrittura di Cavazzoni conserva un tono parlato, divagante, pieno di scarti comici e malinconici, capace di passare dall’aneddoto all’intuizione esistenziale senza irrigidirsi. Nel panorama contemporaneo, dove spesso allo scrittore si chiede visibilità, postura pubblica, riconoscibilità, questo libro propone un’altra idea di letteratura: meno vetrina, più ascolto; meno carriera, più amicizia; meno solennità, più riso. La candidatura al Premio Strega 2026 conferma l’attenzione critica per un oggetto narrativo anomalo, adatto a chi ama Celati, Cavazzoni, la linea padana e lunatica del secondo Novecento, ma anche a chi cerca un libro sulla memoria, sulla fine delle epoche e sulla grazia imperfetta dei legami.