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Storia universale delle lingue

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Le stime più recenti sul numero totale di lingue parlate oggi nel mondo oscillano tra le 6000 e le 6500. La lingua e le lingue con le quali siamo cresciuti o che abbiamo imparato sono differenti separati apparati di regole lessicali e grammaticali. Deve trattarsi, dunque, di un sistema fonetico che, indipendentemente dal numero dei rispettivi locutori e dalla quantità dei paesi in cui è diffuso: si differenzia strutturalmente dagli altri; si distingue per l’esistenza di conseguenti barriere comunicative con i parlanti “altra” lingua; viene usato sia come mezzo di comunicazione multifunzionale sia come simbolo di un’identità culturale; possiede un’eventuale forma scritta non divergente, se esiste, rispetto a quella parlata. La loro denominazione è meno certa di quel che si crede: per le circa 6400 lingue mondiali sono in uso quasi 40000 nomi diversi, autoctoni o attribuiti da altri, spesso divergenti. Se appena appena ci guardiamo indietro, il numero complessivo delle lingue umane e dei loro nomi si moltiplica enormemente e si articola ulteriormente: le lingue possono essersi fuse, aver sviluppato varianti regionali o sociali autonome (prima o poi percepite come idiomi differenti), estinte. Il compito della linguistica storica è appunto quello di identificare tutte le lingue parlate nella preistoria, nella storia e nel presente dell’umanità, delineandone l’origine e lo sviluppo, valutando criticamente anche il carattere mutevole del lessico, dovuto soprattutto alle migrazioni (sia emigrazioni che immigrazioni) e al contatto con altre culture e lingue, in un continuo intreccio meticcio di ecosistemi e parlanti…

Il famoso linguista tedesco Harald Haarmann (Braunschweig, 1946) ha insegnato in patria e un po’ in tutti i continenti, da parecchio vive e lavora in Finlandia. Dopo aver scritto una quarantina di testi in svariate lingue si è cimentato con una complessa completa Weltgeschichte der Sprechen, ora tradotta in italiano. Nell’esposizione l’autore segue un andamento sia cronologico che geografico. Il primo capitolo ripercorre gli albori dell’evoluzione umana: i primordi espressivi verbali e simbolici degli ominidi, la diffusione dall’Africa delle principali specie umane con le loro identità e abilità linguistiche (straordinari motori culturali), il protolinguaggio dell’uomo di Neandertal, le intenzionali complesse proprietà linguistiche di Homo sapiens. I capitoli successivi seguono in parallelo l’arrivo dell’uomo moderno nei vari continenti e l’evoluzione linguistica della nostra specie (secondo le note ipotesi della genetica delle popolazioni sviluppate da Luca Luigi Cavalli Sforza): Africa ed Eurasia a partire da circa 100000 anni fa (le origini della varietà culturale); Australia, Siberia e Nuovo Mondo a partire da 65000 anni fa (con varie ondate migratorie e cenni sulla specificità della diffusione linguistica nelle isole grandi e piccole); le tracce altrove (come nel basco) delle lingue più antiche dell’Africa e dell’Eurasia, con le caratteristiche arcaiche nella costruzione grammaticale e i relitti di antiche strutture sintattiche. Si passa poi al cuore del volume, l’arco temporale degli ultimi 12000 anni, il Neolitico: il quinto capitolo è dedicato all’origine delle famiglie linguistiche, il sesto alle famiglie linguistiche indoeuropee (da 9000 anni fa), il settimo alle altre famiglie linguistiche moderne (da 8000 anni fa). I capitoli finali trattano gli sviluppi diacronici e sincronici delle lingue: l’ottavo il ruolo delle tecnologie (tendenze sincroniche nella diffusione dell’agricoltura ma anche sviluppi indipendenti), con particolare attenzione alla lavorazione del ferro e ai sistemi di scrittura; il nono i frutti tardivi dell’età moderna (pidgin e lingue creole); il decimo presente e futuro delle lingue (ben sapendo che le inglesi sono lingue plurali).