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Storie

Storie

C’era una volta un genio che si chiamava Wenzel. Chiedeva l’elemosina e resisteva al freddo orgogliosamente in un abito liso. Dopo aver dormito nel portone del Palazzo Reale, decise di annunciarsi alla giovane e bella figlia del re. Con un aspetto che faceva pietà, ma riconosciuto come genio, dichiarò il suo intento: “sovvertire il mondo l’indomani o il giorno appresso”… Nel mondo cominciarono a verificarsi cose inaudite: le ragazze rincorrevano i giovanotti per strada, molestandoli; i padri venivano “sculacciati per benino” dai figli; i maestri venivano incarcerati, colpevoli di non saper spiegare. Era un tempo terrificante, persino Dio finì per svanire nel nulla… La produzione letteraria di un poeta tormentato conta venti poesie: “una è semplice, una pomposa, una magica, una noiosa, una commovente, una deliziosa, una infantile, una molto brutta, una bestiale, una impacciata, una inammissibile, una incomprensibile, una ripugnante, una affascinante, una misurata, una sublime, una schietta, una spregevole, una povera, una ineffabile, e una non può essere più niente”… Kleist è uno scrittore, appena giunto nella sua nuova casa, in un’isola della Aare, nei pressi di Thun. “Il lago è lì, tutto perduto in candidi profumi e veli, incorniciato dalle montagne, innaturali, magiche”. Passano le settimane e le stagioni; lui non riesce a scrivere, a sbrogliare le idee impazzite che gli stordiscono la mente. Maledice il suo mestiere: cerca la “somma maestria”, invano. Quando si ammala, arriva la sorella, e con lei una carezza dolcissima…

Kleist a Thun è un brevissimo racconto che fin dalle prime righe si preannuncia come un piccolo, improvviso capolavoro. Le parole più evocative sono al posto giusto, come e più di una poesia. Il protagonista è davvero esistito - è Heinrich von Kleist, poeta tedesco - e i suoi struggimenti su vita e lavoro, in pochissime righe, raccontano l’esistenza di uno scrittore, o di un intellettuale, al tempo di Walser. Dedizione totale o tentazione di gettare al vento tutto? Robert Walser ebbe una vita tormentata che non può non essere citata quando si discute della sua opera: fra insuccessi professionali, improbabili mestieri e tentativi ripetuti di entrare nel novero dei letterati, soffrì fame, guerre, solitudini, disturbi mentali, per morire infine solo, nella neve, il giorno di Natale del 1956. La scena ricorda un episodio scritto nel suo romanzo I Fratelli Tanner, e anche una delle pagine più poetiche (ma diverso finale) ne La Montagna Incantata di Thomas Mann. Non sono solo divagazioni, ponti fra vita e arte. Le emozioni che possono suscitare le peripezie biografiche di Walser sono le stesse dei personaggi, reali e surreali, di queste prose brevi. Prose che furono apprezzate anche da Robert Musil. Atmosfere rarefatte, uno scenario delicato o familiare che dà, però, soprattutto, la sensazione che uno scuotimento sia in arrivo. E allora basta una frase, una risposta, solo un rigo in racconti che, in media, ne contano appena venti, trenta, di righe. Appropriati, in questa cornice, sono i disegni a corredo: l’autore è Karl, fratello di Walser.