Salta al contenuto principale

Storie dell’orrore

Storie dell'orrore

Un villaggio. Contadini. Gente abituata a faticare, a fare i conti con una terra che è soprattutto sabbia, che, nella stagione più rigida, di notte gela; il Danubio che esonda almeno due volte all’anno, isolando il paese per giorni e giorni: la piena ghiacciata d’inverno, l’alluvione a fine primavera; quando si avvicina quel periodo, il fornaio e il negoziante devono fare scorta di provviste, e i ragazzini fare la guardia al corso d’acqua. C’è il medico romeno - uno ungherese non se lo possono permettere -, che fa storie quando gli portano le salsicce di fegato di maiale. C’è Róza, la figlia di Panka, che non è che ci stia molto con la testa: ogni tanto le prendono degli attacchi, sbarra gli occhi, sbava e casca per terra, e dopo dice che è stato l’angelo a portarle via l’anima. Forse è nata difettosa, bisogna spiegarle tutto per filo e per segno, si perde spesso con il naso in su a guardare le allodole, ma lavora con una forza tale che tutti pensano sia un dono del diavolo. Agli uomini piace farsela, e tutti ridono e dicono sia una gran puttana: Höss e Gyula Blahó ci vanno a letto ogni volta che possono. È già rimasta incinta, due volte le hanno portato via i neonati. Erano figli di Höss, uno dei grossi proprietari del posto, un farabutto con cui nessuno osa attaccar briga. Un altro, nato prematuro, lo hanno messo sotto un mucchio di letame, ancora vivo. Teréz la tiene a servizio come bracciante, e l’ha capito che Róza è di nuovo gravida. Questa volta Róza proprio non vuole darlo via, il bambino, piuttosto, dice piangendo, si butta nel fiume, anzi, si ammazza con il piccolo: avrebbe dovuto pensarci prima, mugugna Teréz, le aveva spiegato di non farsi montare, di non godere, di tirarsi via dagli uomini prima di riceverne il seme. Ma in fondo lo sa cosa succede: anche se è vecchia ricorda bene cosa significa stare con un uomo, accarezzarlo tutto, e il Lali Bokor, che ha amato e che ama ancora, vorrebbe tanto averlo di nuovo tra le mani, e non solo. Una cosa Teréz l’ha capita: Róza non ha mai minacciato di buttarsi nel fiume quando è rimasta incinta di Höss, e quindi questa volta il padre non è quel bestione rossiccio che tutti chiamano il biondo, che non sa accontentarsi della moglie, che non se ne fa scappare una, e che tutte le ingravida, maledetto lui…

“…La Róza aveva così tanta compassione di sé, e in preda alla sua grande felicità si era emozionata così tanto all’idea dell’angelo dalle ali spiegate che si portava via da qualche parte la sua anima che scoppiò a piangere alle sue stesse parole. Ti porto via, anima. E poi si mise a fantasticare che l’angelo la portava via, lontano, vicino al Buon Dio, e il sogno a occhi aperti la fece perfino smettere di piagnucolare, chissà dove la portava, e se la portava via con quell’unico vestito di cotonina che aveva, con i capelli di un biondo stinto tutti sudati e arruffati in cui ormai non restava più niente della permanente fatta a Bogdány, e guardava davanti a sé, fissava a occhi spalancati la terra spoglia con tutte quelle erbacce, ma in realtà vedeva l’unico vero angelo che le faceva salire l’anima al secondo cielo, la portava su verso l’azzurro, poi di lì a poco afferrò di nuovo la zappa e si rimise a lavorare”. Péter Nádas, nativo di Budapest, classe 1942, scrittore, saggista, giornalista, fotografo, autore di testi teatrali e della trilogia Storie parallele (La regione muta, Nel profondo della notte, Il respiro della libertà, editi da Bompiani) è considerato tra le voci più influenti del panorama letterario europeo; ha avuto una sostenitrice d’eccezione in Susan Sontag, che aveva definito il suo Libro di memorie “il più grande romanzo scritto nel nostro tempo e uno dei più grandi libri del secolo”. Ambientato nella campagna ungherese negli anni Sessanta, all’epoca del regime socialista, Storie dell’orrore (in originale Rémtörténetek) racconta di una terra difficile, di povera gente, di fatica, di povertà e dell’orrore che la miseria genera e insinua nelle viscere; delle pulsioni da assecondare, che restano l’unica via per raggiungere qualcosa che assomigli da lontano alla felicità di un istante: e pazienza se poi quell’attimo porterà in dote un figlio, visto che c’è sempre la possibilità di una notte all’aperto, al freddo dell’inverno, per liberarsi di un fardello troppo gravoso; della crudeltà e della violenza che germogliano come piante spinose e succulente in un ambiente arido, fino ad assumere in uno dei personaggi, l’enorme e brutale Imre Bolog, il figlio illegittimo dell’aiutante dell’oste, Amália Mária, detta la Nanetta, le sembianze di un male dal nome antico, materia di preti, più che di psicologi. Lo sguardo verista, neorealista, che riporta alla mente del lettore sequenze verghiane e scene de L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, si tramuta in una scrittura densa, faticosa da seguire, con passaggi costanti e non mediati dal linguaggio indiretto a quello diretto, che dona corpo, materia ad un paesaggio rurale in cui le sembianze degli abitanti del paese e dei cittadini loro visitatori, le voci, i pensieri, convergono in un flusso ininterrotto che sembra farsi nenia, cantilena polifonica di parole che si rende esplicita attraverso una narrazione a tratti disturbante che deflagra in un grottesco orrore finale.