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Styrbjörn - Il grande vichingo

X secolo. Morto Björn il Vecchio, il regno passa nelle mani dei figli, Eric e Olaf, che governano insieme per quarant’anni. Olaf, dopo diverse figlie femmine ha l’erede maschio agognato, che chiama Björn, come il nonno. Alla sua morte (si presume per avvelenamento) il regno viene amministrato da Eric, detto il Vittorioso, che ormai vedovo e senza prole, dirotta il suo affetto verso il giovane nipote: alto, forte e testardo, così lo zio ne espande il nome e lo chiama Styrbjörn (Styr: tumultuoso). Eric il Vittorioso, dunque, si trova a regnare indisturbato dalla fortezza di Uppsala. Trono da cui, in antichità, aveva regnato l’eroe Ragnar Lothbrok. Difficili però i rapporti tra il nipote e lo zio. Nonostante manchi poco per riavere l’eredità paterna che Eric ha promesso di affidargli al compimento del sedicesimo anno, il ragazzo che ora ha quindici anni scalpita, maltratta i suoi pari, disobbedisce e non partecipa alle feste rituali, mettendo in imbarazzo la corte. A placarlo solo le visite al tumulo di Olaf e i giochi con Moldi, il bue muschiato con cui fa la lotta per ore. Una mattina, mentre sta alla larga dalla corte dopo aver ucciso Aki durante una rissa (un membro stimato del regno, amato dai contadini), viene raggiunto da una fanciulla con la chioma fulva. Bella, formosa e con “la postura di un drago sulla polena di una nave da guerra”, il suo viso somiglia a quello delle grandi regine del passato, Brunilde o Gudrun, e a “tutte le donne che erano destinate a diventare il tormento di un uomo”. È Sigrid, figlia di Skoglar Tosti di Arland e Styrbjörn, che cerca di nasconderlo, è turbato dalla sua bellezza e dallo sguardo magnetico che sembra vedere oltre l’orizzonte. La ragazza è spaventata da quel luogo, dalla morte che vi aleggia, ma il giovane non teme nulla, solo le donne temono insetti e spettri…

Descrizioni minuziose di vesti, gioielli, toni di voce, espressioni. Paragrafi ricchi di aggettivi che creano nella mente del lettore l’immagine perfetta per farlo sentire al cospetto di re Eric o davanti alla furia di Styrbjörn. Un linguaggio elegante, denso, ponderato con cura, senza scivolare in “fronzoli moderni” come storie d’amore sdolcinate o dissertazioni psicologiche, in quanto E. R. Eddison (1882 – 1945) dichiara nella sua lettera introduttiva che non intende scopiazzare altre opere, ma calarsi nell’atmosfera delle vere saghe e trovare un suo stile per riuscire a farlo. Scrive di Styrbjörn perché nessun altro lo ha fatto e perché ispirato dalla lettura della Eyrbyggja Saga. L’eroico vichingo affetto da balbuzie, morto ufficialmente nel 938, ha ottenuto la sua personale saga attraverso le gesta narrate in questo romanzo. Autore di romanzi fantasy (nota la sua trilogia Zimiamvia) e storici, apprezzato anche da J. R. R. Tolkien e da Ursula K. Le Guin per il suo stile narrativo e il suo impegno nel documentarsi, Eddison è abile nel caratterizzare l’indole dei suoi personaggi, che siano eroici guerrieri o uomini del volgo. E chissà che effetto gli farebbe sapere che l’azienda produttrice di videogiochi Ubisoft, che pubblica da anni “Assassin’s Creed”, ha messo in commercio il 10 novembre del 2020 un nuovo capitolo della saga: “Assassin’s Creed: Valhalla”, inserendo tra i personaggi anche il vichingo Styrbjörn (con le opportune licenze narrative).