Salta al contenuto principale

Sul lato selvaggio

Sul lato selvaggio

Arcade e Farren sono gemelle. Figlie di tossicodipendenti, la società le ha già etichettate come senza speranza. Il padre muore molto presto, e la madre si lascia andare al dolore sprofondando ancora di più, e in modo irreversibile, nella tossicodipendenza e nella prostituzione. A prendersi cura di loro c’è soltanto la nonna, Keith, che è la donna più forte che conoscono, e dice di esserlo perché ha sangue di strega nelle vene, sangue che spera di aver tramandato alle sue nipoti, perché possano affrontare la vita che le aspetta. Quando anche lei muore, le due bambine, già sopravvissute per miracolo a malnutrizione e influenze, cominciano a subire anche gli abusi degli uomini che abitano ormai la casa. Di fronte a tutto questo orrore, Arc e Daffy si rifugiano nell’immaginazione: “Rendi bello il lato selvaggio” è la richiesta di Daffy, ogni volta che la realtà diventa insopportabile. E così, proprio come si fa con una coperta fatta all’uncinetto quando si tirano dentro i fili venuti male, Arc prova a raccontare una realtà diversa, fatta di regali e non di botte, di amore e non di droga, di famigliari ancora vivi e musica da ballare. Ma quando il dolore diventa impossibile da dimenticare anche nel sogno più bello, Daffy si fa il primo buco, e Arc non riuscirà a lasciarla da sola neanche in quel caso...

La storia, raccontata in prima persona da una delle due sorelle, nasce da una storia vera: nel 2014, in Ohio, sono state uccise sei donne, tutte tossicodipendenti e prostitute. Il caso è rimasto irrisolto. Arcade è una delle vittime, lo dice fin dalle prime pagine, spiegando che il suo è un racconto post mortem con un obiettivo ben preciso: dare valore alla sua storia. Perché non si pensi che la sua vita valesse meno solo perché era una tossicodipendente, e perché nessuno ha mai ritrovato il suo corpo. Tiffany McDaniel, già nota per L’estate che sciolse ogni cosa, ci regala ancora una volta una storia a cui è impossibile restare indifferenti, una storia che scava nell’ipocrisia, nella facciata statunitense delle persone per bene, che lasciano indietro chiunque abbia debolezze o difficoltà, nella convinzione che povertà e dipendenza siano “scelte da deboli”. Gli Stati Uniti hanno un problema con la tossicodipendenza davvero molto grave, che affonda le radici nella storia, nella guerra, e nell’abuso che le società farmaceutiche hanno fatto della vendita di antidolorifici. Eppure, nessun politico statunitense ad oggi ha fatto della lotta alla droga la sua battaglia, si continuano ad ignorare questi numeri spaventosi in costante aumento. È questa indifferenza e connivenza che la McDaniel denuncia con forza, raccontando l’orrore quotidiano di queste bambine, che diventeranno a loro volta tossiche e prostitute, perché alla costante ricerca di una fuga dal dolore. Lo fa senza lasciare nulla al caso, raccontando come mentre la loro vita e i loro sogni di bambine naufragano, i mostri che hanno popolato le loro notti diventano persone di successo e tutori della società. Due i punti di forza che vale la pena di sottolineare: i riferimenti storici femministi, di tutte le occasioni in cui le donne hanno combattuto, anche se non sempre vinto, battaglie epocali per la loro libertà, e il finale, con un colpo di scena che rende, se possibile, questa storia ancor più dolorosamente magica.