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Sulla strada di Iqbal

Sulla strada di Iqbal

Maya abita con sua madre Irene e il suo cane Mollica in un piccolo appartamento in affitto nella periferia sud-est di Roma, tra Tor Sapienza e Tor Tre Teste. Sta spesso da sola perché sua madre lavora tutto il giorno pulendo uffici, un impiego che non ama, precario e faticoso, che però permette loro di pagare le bollette. Una mattina, le professoresse di italiano e matematica propongono ai 27 ragazzi della terza media un questionario, che servirà per definire le coppie di lavoro e assegnare loro un argomento da approfondire per poi presentarlo all’evento finale della Scuola sul tema dell’ecosostenibilità. Maya viene abbinata a Carlotta, una ragazza completamente diversa da lei. È furiosa, vive questo accoppiamento come una disgrazia. Prova a lamentarsene la sera con sua madre, ma Irene non la pensa allo stesso modo e poi la sera è stanca, e finiscono a litigare. E così, suo malgrado, Maya si ritrova, in un pomeriggio d’autunno, nella camera di Carlotta, a cercare informazioni su internet sul tema dell’industria tessile e dell’abbigliamento ieri e oggi. Scoprono che che a cavallo del XX secolo in Europa l’acquisto di capi d’abbigliamento è aumentato del 40%. Maya non spende molti soldi per vestirsi e con ingenuità lo rivela a Carlotta, servendole su un piatto d’argento la battuta scontata - “si vede” - che la fa sentire inadeguata, lei che è l’unica della sua classe a non possedere ancora un cellulare, quella diversa. Sua madre chiama “consapevolezza”, questa sua diversità: a Maya capita di esserne orgogliosa, ma altre volte questo suo modo di essere le è d’intralcio. Così discutono di nuovo. Ma è proprio sua madre a suggerirle un nome - Iqbal Masih - che poi diventerà il centro della sua ricerca con Carlotta e le unirà in quel sentire doloroso che scuote nel profondo e che sua madre chiama “mal di mondo”...

Nella prefazione al libro, Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del governo Gentiloni, dedica l’articolo 3 della Costituzione Italiana, sull’uguaglianza, “a tutte e tutti coloro che non si rassegnano a che il mondo possa essere migliore”, contrastando proprio quel “mal di mondo” che unisce i personaggi femminili della storia raccontata da Catia Proietti. Anche l’autrice è afflitta da questa “malattia autoimmune che provoca un devastante moto di ribellione verso ogni forma di ingiustizia” e la sua forma d’azione è scrivere. In effetti riesce con la sua scrittura profonda a trasmettere quel senso critico della realtà che spinge ad informarsi e approfondire, come fa Maya, a fianco delle altre donne protagoniste di questa storia, unita da filo immaginario a Iqbal Masih, il bambino operaio divenuto il simbolo della lotta contro il lavoro minorile nell’industria pakistana dei tappeti. Loro sono volti nell’immagine di copertina. Al suo terzo libro rivolto ai ragazzi e alle ragazze, l’autrice sembra conoscere da dentro il loro mondo, i dialoghi parlano la loro lingua. E anche la periferia di Roma da cui provengono le storie è descritta, con profondità di campo, dall’interno. Una storia che appassiona e fa riflettere, innescando una sana spinta a ribellarsi alle ingiustizie.