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Taccuino delle scribacchiature del sud

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La Storia è fatta dagli uomini. Anche da coloro che non vengono citati nei libri e a cui non si dedicano le piazze e le vie della città. Uomini semplici, ma capisaldi nella memoria delle piccole comunità che li hanno circondati. È il caso di nonno Ende. La sua vita è un puzzle da ricostruire. A un estremo del disegno c’è la sua infanzia a Budapest: storia che pochi possono narrare insieme a lui se non qualche coetaneo. C’è poi la guerra in Italia, quella che coinvolto tutto il mondo e di cui ogni uomo che vi ha partecipato è restio a parlare. In un altro lato c’è la partenza dalla sua terra natia e l’arrivo a Granada, accompagnato dal suo primo grande amore: la musica. Suonando il pianoforte nei locali della città ha conosciuto la civiltà iberica e ha tentato di impararne di lingua. E infine, a chiudere la cornice, c’è la vita intima. Questa è composta dall’amore, dalla moglie, dai figli che avranno altri figli e diventeranno nipoti. A colmare lo spazio delimitato dai quattro angoli vi sono una miriade di pezzi difficili da raggruppare. Immagini tanto diverse che sembra appartengano a più uomini. Tuttavia, non è forse proprio così? Ogni uomo non vive forse la vita di molti altri? Ogni fase racchiude ciò che è stato nella precedente, ma neanche lontanamente vicino a ciò che sarà in quella futura. Anche Tokoll ha tante storie da raccontare, ma lui lo fa attraverso gli occhi. È un fotografo e dice che, più diventa vecchio, più ha bisogno di fotografare il viso degli altri. Perché un volto dovrebbe essere più bello do un paesaggio? Non lo è. Tokoll sente solo il bisogno di riconoscersi nella loro storia. La memoria di un viso resta intrappolata nella fotografia, cristallizzata in un istante indelebile…

Zsuzsanna Gahse è nata a Budapest nel 1946 e trasferita a Vienna dieci anni dopo, insieme alla sua famiglia. Durante la sua carriera di autrice e traduttrice si è aggiudicata numerosi premi, tra i quali il Premio letterario della città di Stoccarda, il Premio Tibor Déry per la traduzione, il Premio Italo Svevo e il Gran Premio svizzero di letteratura. Il taccuino delle scribacchiature del sud è il primo romanzo dell’autrice tradotto in Italia. Parlare di questo flusso di memorie in maniera lineare non è semplice, proprio per la sua natura frammentata. Un’immagine può certo aiutare meglio. È necessario immaginare di trovarsi seduti su un pavimento ampio, magari quello di una soffitta, e di reggere in mano un plico di vecchie fotografie, magari trovate proprio in un cassetto dimenticato lì in cima. I volti ritratti nelle foto sono quelli dei nostri familiari, alcuni non riusciamo nemmeno a riconoscerli perché non facciamo parte di quella memoria. Noi, nel presente, disponiamo le immagini sul pavimento e tentiamo di tracciare una linea temporale che unisca quelle persone in un’unica grande storia: la nostra. Quella raccontata dall’io narrante non è solo un’autobiografia, ma la storia di un’intera generazione. È il diario di viaggio di chi, per sopravvivere, è stato costretto a viaggiare. È l’unione di lingue e culture diverse che hanno reso il mondo ciò che è oggi. Il tutto, con un linguaggio lirico che abbraccia montagne e città. Leggere il romanzo di Zsuzsanna Gahse non significa propriamente essere interessati a nonno Ende. Tuttavia, partecipare all’indagine che la narratrice compie per ricostruirne il passato, riusciamo ad avvinarci ai volti delle foto che teniamo noi in soffitta. È proprio lì, dentro quelle immagini macchiate di umidità, che si nasconde chi siamo.