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Taccuino di un vecchio sporcaccione

Taccuino di un vecchio sporcaccione

Anni Sessanta. Un uomo di mezza età vive ai margini della società di Los Angeles, in un appartamento squallido. Descrive la sua esistenza fatta di alcol, donne occasionali e giornate trascorse tra lavori precari e notti insonni. Un incontro casuale con una donna in un bar diventa l’occasione per riflettere sull'assurdità delle relazioni umane. L’uomo non idealizza né romanticizza questo incontro, semplicemente lo descrive con brutale onestà, evidenziando la natura transitoria e superficiale dei rapporti umani nella metropoli californiana. Non va molto meglio su altri piani dell’esistenza: ci racconta con amarezza la sua esperienza come scrittore emergente e il suo rapporto conflittuale con l’ambiente letterario. Ha ricevuto alcune lettere di apprezzamento per i suoi scritti pubblicati su piccole riviste underground, ma disprezza il mondo accademico e gli scrittori “ufficiali”, che considera falsi e disconnessi dalla realtà. Quando riceve la visita di un giovane aspirante scrittore che cerca consigli, lui cerca di dissuaderlo esprimendo la sua visione cinica della letteratura e dell’arte. Per lui scrivere non è un esercizio intellettuale, ma un’esigenza viscerale, un modo per sopravvivere al caos dell’esistenza. Lo scrittore è solo, deve essere solo: anche per questo è così difficile trovare voci autentiche in un mondo culturale conformista e sterile. L’incontro con un vecchio amico potrebbe cambiargli la vita: infatti costui, ormai integrato nel sistema sociale e lavorativo, offre al narratore un lavoro stabile. Wow. L’inattesa proposta viene accolta con ambivalenza: da un lato rappresenta la possibilità di uscire dalla spirale della povertà, dall’altro è vista come una minaccia alla libertà e all’integrità personale. L’uomo teme di diventare “come tutti gli altri”. La tensione tra il desiderio di sicurezza e il rifiuto di compromettere la propria individualità è lacerante, e il narratore decide di rifiutare l’offerta e di continuare a vivere come vive, fedele alla sua visione anticonformista dell’esistenza. Come ogni mattina tardi, si sveglia da solo nel suo appartamento squallido, con la consapevolezza che un nuovo giorno simile ai precedenti sta per iniziare, in un ciclo apparentemente senza fine…

”Lei che arranca verso il bagno, vittoriosa. Tu te ne stai steso a guardare il soffitto con la carne molle e ti chiedi che senso abbia, sapendo che sarai costretto ad ascoltare le sue chiacchiere insulse per il resto della serata”. Una selezione senza soluzione di continuità degli articoli pubblicati dalla rivista underground di Los Angeles “Open City” negli anni Sessanta a firma di Charles Bukowski. Poeti suicidi, donne in calore, bottiglie di whisky, cavalli da corsa, posti di lavoro squallidi. Nei Sixties il mondo delle riviste di controcultura, letteratura e politica statunitensi (quel variopinto insieme di temi e approcci che va sotto il generico nome di “underground”) visse la sua Età dell’Oro. Dopo il “Village Voice” di New York e il “Berkeley Barb” (culla del movimento studentesco del 1968 made in Usa) fu la volta del “Los Angeles Free Press”, plasmato dall’editor John Bryan dopo una partenza in sordina con un’altra gestione fino a raggiungere la notevole tiratura di 50.000 copie. Bryan ad un certo punto mollò e fondò una sua rivista, “Open City”, da subito punto di riferimento per i nuovi scrittori, i poeti d'avanguardia, le voci più atipiche. A tenere una rubrica settimanale su “Open City” fu presto chiamato un semi-sconosciuto Charles Bukowski: nacque così Taccuino di un vecchio sporcaccione, uno spazio di aneddoti sboccati, storie strane, pensieri in libertà che ebbe un tale successo da giustificarne la raccolta in volume a furor di popolo. Le storielle sconce di Bukowski divertono, commuovono, emozionano, eccitano, fanno rabbia anche se non sempre con la stessa felice intensità. Restano aforismi fulminanti, personaggi indimenticabili (la signora che vaga per la città in mutande per gabbare il marito geloso che le mette sotto chiave i vestiti per non farla uscire è da applausi) una feroce vis comica, l'invidiabile maledizione di saper sorridere di fronte alle miserie della vita.