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Tamarisk Row

Tamarisk Row

Clement Killeaton ha nove anni, e vive nella piccola città australiana di Bassett, nella regione settentrionale del Victoria. La sua immaginazione è straordinaria come solo quella di un bambino può essere: in un sabato mattina del 1946, armato di bastoncini e pezzetti di legno raccolti in giro per il cortile, Clement decide di dare vita ad un ippodromo nel retro di casa sua, al numero 42 di Leslie Street; spiana e liscia la terra e la ghiaia, e all’ora di pranzo è già a buon punto, con la costruzione di un ovale e due rettilinei. La terra smossa gli restituisce un bel regalo, una biglia color alabastro, e chissà quante altre ancora ne avrebbe trovato con l’avanzare dei lavori! Di sicuro la biglia è appartenuta ad un bambino che abitava lì prima di Clement – dice sua madre – che doveva averla dimenticata o persa, permettendo alla pioggia e alla polvere di seppellirla per tutti quegli anni. Viene fuori infatti che quella era la biglia preferita di Frank Silverstone, e che il giovane Glasscock, figlio dei vicini di Clement, può farla recapitare al nuovo indirizzo del ragazzo per restituirgliela. Sempre che Clement voglia consegnargliela. Clement però non ne vuole sentire, la biglia ormai è sua, e per comprare il silenzio del suo vicino gli regala ben altre dieci biglie di alabastro di sua proprietà. Intanto, la costruzione dell’ippodromo continua all’estremità opposta del cortile, nella quale sorgono alcune fattorie dei proprietari dei cavalli. Una in particolare si nasconde sotto il robusto albero di tamerici, famoso per essere molto resistente al caldo e ai terreni più aridi. Lì, marito e moglie allenano con cura e in gran segreto un cavallo che si chiama Tamarisk Row – proprio come la loro fattoria – e che sperano possa vincere la prossima Golden Cup. Il padre di Tamarisk Row, Journey’s End, uno stallone corvino di sei anni, non è stato così fortunato quell’anno, perdendo la gara per mezza testa. Il parroco viene spesso alla fattoria a far visita ai coniugi, per sincerarsi che la loro passione sia genuina e limitata al solo piacere di veder vincere il loro cavallo: le corse non sono né buone né cattive, asserisce, ma diventano peccaminose quando il loro unico scopo è vincere denaro da sperperare in alberghi o locali notturni. Clement sa bene come funziona il mondo delle corse e ne è affascinato, con grande rammarico di sua madre, che per tutta la vita ha visto suo marito esserne praticamente schiavo senza ottenere nessuna soddisfazione, ma solo una gran quantità di debiti, alcuni dei quali ancora da sanare. Augustine Killeaton ha cominciato da ragazzino a frequentare gli ippodromi nei dintorni di Melbourne, dove puntava la paga che guadagnava lavorando sulla costa alla fattoria di suo padre, nei pressi di Kurringbar. E dove cercava in ogni modo di farsi notare da allibratori del calibro di Len Goodchild, nella speranza di diventare suo stretto collaboratore...

Uno dei grandi scrittori viventi di lingua inglese del quale nessuno (o pochi) abbia mai sentito parlare: così il “New York Times” definisce l’ottantenne scrittore australiano Gerald Murnane, al quale Mark Binelli dedica un lungo ritratto dal titolo alquanto simpatico: “Is the next Nobel laureate in literature tending bar in a dusty australian town?” (ovvero: “Il prossimo vincitore del Nobel in Letteratura fa il barista in una polverosa città australiana?”). Murnane vive in un paese di 623 anime, Goroke, nel quale si è trasferito dopo la morte della moglie: qui insegna scrittura al golf club locale, e si occupa anche del bar. Non possiede – e non ha mai posseduto – un computer, non guarda la televisione. Un antidivo insomma, un tipo schivo che non si è mai curato del fatto che le sue opere – tredici libri tra romanzi, raccolte di racconti e un memoir – abbiano goduto, almeno fino all’odierna riscoperta, solo di una modestissima fama; un autore che è ben consapevole della complessità e dell’originalità della sua scrittura (la maggior parte degli scritti di Murnane sono completamente privi di trama, avverte il “Guardian”), che lo colloca tra due estreme posizioni: o lo si ama o lo si odia. Già dal suo esordio nel 1974 con Tamarisk Row, Murnane rende partecipe il lettore, nella sua prefazione, della lunga gestazione che ha accompagnato l’uscita dell’opera: ben dieci anni nei quali l’autore ha cercato la propria voce, incurante dei tradizionali canoni letterari, certo di non poter replicare in nessun modo lo stile degli autori di moda in quel periodo. Leggere Murnane richiede sicuramente un piccolo sforzo di concentrazione; talvolta è come prendere la rincorsa ed effettuare uno scatto durante il quale ce la si mette proprio tutta, esattamente come un cavallo nel rettilineo finale di una corsa: periodi lunghi e quasi privi di punteggiatura rimandano ad un continuo flusso di coscienza e costringono il lettore ad una sorta di apnea. Le vibranti descrizioni del paesaggio – l’afa, la polvere, l’orizzonte misterioso e sconfinato – al contrario suggeriscono serenità, lentezza, magia, rendendo pienamente giustizia ad un luogo così affascinante come l’Australia, un luogo evidentemente molto amato dal quale l’autore non si è mai staccato in tutta la sua vita, e del quale – si dice – non conosca nemmeno tutti gli angoli. Il viaggio sta tutto nella testa: una potente immaginazione sa portarti lontano, al di là dello spazio e del tempo, ma è anche uno strumento necessario per comprendere e sopportare la complessità della vita, soprattutto per un bambino a caccia di risposte come il giovane protagonista del romanzo.