Salta al contenuto principale

Tariq l’obbrobrio

Tariq l’obbrobrio

Seduti su una panca in attesa di essere ascoltati da un magistrato, un ragazzo e una ragazza cominciano a parlare di Tariq, che entrambi hanno conosciuto senza sapere l’uno dell’altro. Giulia e Giorgio comprendono allora di essere i custodi inconsapevoli della storia di questa giovane creatura che il mondo ha tormentato per tutta la sua breve esistenza. Una creatura pura, luminosa, delicata, che però tutti chiamavano `aib, l’obbrobrio, tanto che anche lui ne era convinto. Una storia che ha inizio in un piccolo villaggio dell’Asia mediorientale dove Tariq vive con i genitori, il fratello Ashraf e la piccola sorella Soumia. Un villaggio povero, dove la polvere è l’unica ricchezza e dove Tariq incontra Svein, un giovane dottore norvegese responsabile di un piccolo ospedale da campo costruito ma che gli abitanti del villaggio guardano con diffidenza. Il giovane Tariq invece ne resta affascinato e tra loro nasce un’amicizia profonda. I due trascorrono molto tempo assieme, Svein gli insegna ad amare la pittura, gli regala due piccoli libri che Tariq porterà sempre con sé. Il loro rapporto si fa più profondo, si trasforma in qualcosa che gli abitanti del villaggio vedono come un abominio. Ma Tariq è felice, sogna, disegna, finché al villaggio non arrivano “gli altri”. L’imam ha piccoli occhi sporgenti, si fa accompagnare dai kalashnikov. Rivolgendosi agli abitanti del villaggio dice loro che sono in guerra e che per sconfiggere il nemico occorre affidarsi alle parole del Libro. Da quel momento, sarà lui a occuparsi dell’istruzione dei più giovani che nella moschea studieranno per diventare dei martiri della jihad. Pensieri che Tariq rifiuta ma che affascinano suo fratello Ashraf e tutti gli altri ragazzi. Il rapporto tra Svein e Tariq non sfugge all’Imam. Il giovane dottore scompare e Tariq, ripudiato da tutti, è costretto a fuggire. Inizia così il suo lungo viaggio fatto di solitudine, dolore, violenza, che lo porterà a conoscere Giulia e Giorgio, nelle stanze di un museo dove i quadri sono come luci nella notte per Tariq, in viaggio per raggiungere Svein. Un viaggio che non sembra destinato a finire...

Marcello Kalowski, nato a Roma nel 1954, avendo a lungo lavorato per un’organizzazione che fornisce assistenza ai profughi, conosce le storie di tanti ragazzi che, come Tariq, hanno affrontato un lunghissimo e pericoloso viaggio per sfuggire a un destino che li avrebbe voluti vittime e carnefici, in nome e per conto di una guerra che tutti conosciamo e che non ha confini né eserciti. Tariq perciò è la descrizione di tante esistenze racchiuse dentro il giovane corpo di un ragazzo che è come un foglio bianco, una tela, che tutti vorrebbero imbrattare. Ma per lui i colori sono una cosa sacra, come la vita, e dunque ogni dolore subito vale lo scopo, se occorre a impedire che la tela, che è la nostra anima, venga sporcata da mani indegne, cattive. Tariq è anche un ragazzo che ha bisogno di raccontare la propria storia, perché non si trasformi in quell’obbrobrio che tutti gli altri dicono che sia. L’arte, la vicinanza all’arte, è la dimostrazione che il suo spirito è tutt’altro che un obbrobrio e che se tutti pensassero alla bellezza, se tutti vedessero le cose belle del mondo, non avremmo bisogno di altro al mondo per vivere in pace. Ma non tutti cercano la pace. Il mondo ruota attorno all’odio reciproco, che genera soldi, che genera potere e si fonda sulla paura. Dopo alcune pagine iniziali poco scorrevoli, la storia prende il volo e anche il lettore viene trascinato nel mondo di Tariq, sulle sue orme, in viaggio verso qualche cosa che gli spetterebbe di diritto: un briciolo di felicità. Ma comprendiamo subito che per lui oramai è tardi e non resta che affidarci alle parole dei due amici che lo hanno conosciuto e che oramai rappresentano ricordi preziosi, da non rivelare a chi non ne sia degno. Alla fine, ci si chiede: chi tra noi e i ragazzi come Tariq sono il vero `aib, l’obbrobrio che tutti dovrebbero rifiutare e odiare?