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Tatiana & Alexander

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1943. Il momento di partire è giunto, ma Tatiana dentro di sé non riesce a trovare un motivo che la spinga ad andare avanti. Un motivo ci sarebbe pure, il bambino che cresce dentro di lei, ma che senso avrebbe ormai farlo nascere su suolo americano adesso che il suo Alexander non c’è più? Come può prendere la vita che Alexander sognava per loro, e viverla senza di lui? Per non parlare della guerra. Quella non si ferma mai e non è raro sentire di sottomarini e navi che saltano in aria nel mezzo delle acque del Nord, colpiti dai tedeschi. Partorire in Svezia sarebbe facile, addirittura più facile, e potrebbe anche chiedere asilo come rifugiata, riuscirebbe a salvare se stessa e il loro bambino, in fondo, rimanere a Stoccolma, al sicuro a Stoccolma, non richiederebbe più di quando già non ha fatto. Eppure veder nascere il bambino in Svezia non è quello che avrebbe desiderato suo marito, quel suo marito americano. Perché un tempo Alexander lo è stato, un americano. Nato Barrington, aveva chiamato casa le foreste del Massachusetts per poi abbracciare la vita da Alexander Belov. Eppure, adesso che l’NKVD sta andando a prenderlo, non può che rendersi conto di quanto in realtà quel suo essere così americano non l’ha mai poi tanto abbandonato. Alexander ha dato la vita per scontata, proprio come un americano…

In questo secondo capitolo della trilogia de Il cavaliere d’inverno, Paullina Simons torna a metter mano alla storia di Tatiana ed Alexander riprendendo lì dove, nel precedente volume, ci eravamo lasciati, aggiungendo però il punto di vista di Alexander, unico punto forte di una prima parte che, per chi è reduce da una lettura recente de Il cavaliere d’inverno, può annoiare se non addirittura scoraggiare il proseguimento. Nella prima parte del romanzo infatti vengono riprese questioni già affrontate nel primo volume – approfondite, certo, ma pur sempre già viste. L’autrice sembra in questo modo voler intensificare il clima romantico, sortendo però l’effetto contrario, un effetto “minestra riscaldata” che anziché rendere il tutto più sentimentale e intenso infastidisce chi semplicemente vorrebbe apprezzare la potenza e il fervore di cui si sarebbe già di per sé arricchito il racconto quando ad essere al centro di tutto è una situazione difficile quanto quella della guerra, del lutto, del viaggio verso la speranza. D’altra parte la Simons però per fortuna dimostra ancora una volta di essere a perfetto agio con le atmosfere di quei luoghi e, soprattutto, di saper rendere giustizia ad una storicità a cui non tutti saprebbero approcciarsi, riuscendo a calibrare raziocinio e racconto.