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Tattoo

Tattoo

Quando la Germania si arrende il ragazzo ci rimane davvero male. È dal giorno di Pearl Harbor che ha evitato di calpestare le crepe sull’asfalto, convinto che quel rituale avrebbe allontanato la fine della guerra, dandogli tempo per arruolarsi e coronare la sua ambizione: seccare un giapu e stecchire un crucco. E fra i due, meglio i tedeschi, perché i giapponesi non riuscivi manco a vederli, da tanto erano bassi. Ma se non erano rimasti che loro, allora se la sarebbe vista volentieri anche con i giapu. Non che avesse altre alternative, del resto. Con una madre puttana e un patrigno avanzo di galera, a lui non rimane che stare con i nonni, che tirano avanti in qualche modo a suon di sussidi governativi. Abitano in una casa mobile male in arnese ai margini del quartiere dei neri, una topaia lunga otto metri e larga due e mezzo, priva di servizi igienici e acqua corrente. Siamo proprio sicuri che la guerra possa essere peggiore di dover vivere in quelle condizioni? I rari momenti di consolazione capitano quando la loro vicina di roulotte, la Demicelli, una bella donna appassionata di nudismo, sposata con un piccoletto con la gobba che fa il macellaio al mercato della carne, si stende a prendere il sole sulla sdraio e allora il ragazzo riesce a spiarla dalla finestra. Quella donna è la cosa più vicina alle foto delle “pin-up” che si trovano sulle riviste, e lui non si perde nemmeno un istante di quello spettacolo. Ma nemmeno la visione della Demicelli può distoglierlo dai suoi propositi: anche se non è abbastanza grande per poterlo fare, lui è deciso ad arruolarsi. È per questo motivo che si è esercitato a lungo per falsificare il suo certificato di nascita. Basta armarsi di scolorina, cancellare con cura le ultime due cifre della sua data di nascita e sostituirle con altre. In questo modo potrà diventare tutto quello che vuole…

Earl Thompson è stato uno scrittore americano che negli anni Settanta ottenne un discreto successo grazie alla pubblicazione di A Garden of Sand e del successivo Tattoo, ispirati alle vicende stesse dell’autore. Dopo la morte a soli quarantasette anni per aneurisma nel 1978, Thompson è per certi versi finito nel dimenticatoio e va quindi riconosciuto a Feltrinelli un certo merito nel proporre ora, per la prima volta, questo Tattoo al pubblico italiano. Tradotto da Tommaso Pincio, che è autore anche della Postfazione, il libro segue le vicende di Jack Andersen, chiara proiezione autobiografica dello stesso Thompson, nei suoi disperati tentativi di tirarsi fuori da una condizione di totale povertà e assenza di prospettive. Il titolo del libro va inteso in una doppia natura, come è anche riportato in esergo al volume: da un lato abbiamo il classico tatuaggio, come il segno dell’ancora che lo stesso Jack a un certo punto si fa incidere sul braccio, dall’altro lato tattoo è anche il nome dato al segnale della ritirata con il quale i militari vengono richiamati prima del silenzio. Thompson sembra voler suggerire che per persone come Jack, che portano in qualche modo incisi i segni della sconfitta e della emarginazione non solo sulla pelle, ma nella loro stessa essenza profonda, arruolarsi nell’esercito sia l’unica strada percorribile. Quello che per certi versi distingue Thompson da altri cantori della marginalità, come lo stesso Steinbeck che viene citato nel libro come uno degli scrittori preferiti da Jack, è l’estremo realismo del linguaggio. Thompson non arretra davanti a nulla: l’incesto, lo stupro di gruppo, gli orrori della guerra, gli innumerevoli rapporti sessuali di Jack, tutti descritti con particolari estremamente vividi, ma il suo obiettivo non è quello di scandalizzare il lettore, né tantomeno quello di giudicare i suoi personaggi. Semplicemente, sembra volerci dire l’autore, questa è la vita, nel suo pulsare continuo, nella sua forza primordiale e incontenibile. Uno dei momenti più forti del romanzo, non a caso, è dedicato all’impossibile storia d’amore tra Jack e Sharon, la classica “ragazza di buona famiglia”, che per un attimo sembra farsi attrarre dalla vitalità del ragazzo, salvo poi ritrarsi dinanzi a una simile, incontrollabile energia che rischia di essere distruttiva. È chiaro che siamo qui agli antipodi dell’american dream, ma è proprio questo che Thompson vuole fare: consegnarci un ritratto autentico dell’America che lui conosceva molto bene, al di là di tutte le illusioni e le immagini patinate. E se a volte, davanti alla violenza di certe scene, viene l’impulso di distogliere lo sguardo, lo scrittore sa anche alternare momenti di inaspettata tenerezza, come a suggerire che la complessità dell’esistenza umana non possa essere racchiusa in nessun tipo di schema, ma solo accettata in quanto tale.