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Tempesta

tempesta

Quando muore suo padre, Camilla ha diciassette anni. Così come da bambini si gioca a nascondersi sotto i tavoli o dietro le porte, si diventa invisibili per saltare i compiti o per rimandare il più possibile il momento in cui, dopo una festa, si deve rientrare a casa, allo stesso modo, alla morte del genitore, Camilla si rannicchia nel letto, affonda tra le coperte, nasconde il viso nel cuscino e desidera dileguarsi, come se fosse fumo. Il papà di Camilla muore in inverno, a novantadue anni, e il funerale ha luogo una mattina di dicembre, in una Vicenza avvolta nella nebbia. Si tratta di una cerimonia laica, perché queste sono le volontà dell’uomo che, quando Camilla è nata, aveva oltre settant’anni. Chi si avvicina a Camilla e alla madre per porgere le condoglianze ricorda quell’uomo che molti chiamano Tempesta, un nome di battaglia che gli è stato attribuito quando, tra il 1944 e il 1945, a diciannove anni, trascorre da partigiano alcuni mesi nei boschi sull’altopiano di Asiago. Camilla non sa se per morire a novantadue anni in inverno occorra avere coraggio, ma sa per certo che ne serve, anche parecchio, per decidere di combattere i fascisti, marciare per ore nella neve fresca, digiunare per giorni interi quando ancora non si hanno vent’anni. Giacomo, il cugino di Camilla, legge a tutti il discorso che la ragazza ha scritto per il padre. Il microfono da cui amici, colleghi e parenti fanno i loro interventi di commiato è proprio davanti alla ragazza, ma lei il coraggio di fare un passo, afferrarlo e salutare il padre davanti a tutti proprio non lo trova. Prima di uscire dall’oratorio di San Pietro, dove la cerimonia è ormai conclusa, Camilla indugia con lo sguardo sulla folla di persone raccolte intorno a sua madre. Un senso di nausea la soffoca e la giovane si rifugia in auto: appoggia la testa al sedile e realizza che, nel suo rapporto con il genitore appena perso, ha sempre avuto la sensazione di trovarsi di fronte un vecchio, a cui non è mai riuscita a porre le domande giuste…

Un padre e una figlia che viaggiano a velocità diverse: capelli grigi lui, perennemente seduto sul divano intento a leggere e ben diverso dal padre delle amiche; giovane e vitale lei, desiderosa di prendere a morsi la vita e alla ricerca di quel movimento e di quel ritmo che l’anziano genitore, di cui si vergogna un po’, non le può dare. Quando l’uomo entra in clinica e la figlia ha la consapevolezza che difficilmente potrà tornare a casa, la sensazione che anima la giovane è quella di poter percorrere la strada che la conduce verso il futuro finalmente libera da qualsiasi zavorra, quella legata alla famiglia su tutte. Ma non esiste futuro senza passato; nulla può essere costruito su un terreno nel quale manchino le radici che le esperienze trascorse hanno fatto crescere; non si può essere davvero una donna se non si scende a patti con il ruolo di figlia. Ecco allora che il passato di quest’uomo, così ingombrante nel suo silenzio e nella pacatezza legata all’età, diventa per Camilla elemento da cui partire, per scoprire e conoscere il ragazzo che Renzo è stato. La descrizione della vita da partigiano condotta dal diciannovenne Renzo – fedelmente riportata da lui stesso in una sorta di diario, che diventa per Camilla una mappa entro cui muoversi – si intreccia alla ricerca della giovane, che trova nei racconti e nelle parole del padre lo spunto per porsi domande e cercare risposte. E l’eredità dell’uomo diventa quanto di più importante un genitore possa lasciare in eredità a un figlio: una cassetta degli attrezzi da cui attingere per alimentare costantemente la memoria che, a detta della stessa autrice, “deve essere attiva, consapevole e fare da bussola per il futuro”. Una scrittura curata e un intreccio preciso in ogni dettaglio fanno di questo romanzo un buon esordio, capace di partire da una vicenda personale, plasmarla fino a trasformarla in una storia condivisibile e trasversale.