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Tempi duri

tempiduri

Sam Zemurray, un omaccione enorme e mal vestito, sopravvissuto ai pogrom russi, barba incolta, senza cravatta, incontra per la prima volta Edward Bernays, genio della pubblicità, ebreo come lui, ma colto, distinto, impomatato e di buone maniere, nel suo ufficio di Manhattan. Sam è il proprietario di una azienda in Guatemala dove coltiva banane che poi esporta in tutto il mondo: la United Fruit Company. Gli affari andrebbero anche bene, se non fosse che il presidente guatemalteco Arévalo sta portando il Paese ad una svolta socialista: uno Stato progressista, con una riforma agraria, l’introduzione dei sindacati, la democrazia. È chiaro che in questo contesto la sua sana attività commerciale rischia grosso: si tratta di pagare le tasse, di riconoscere il costo del lavoro, trattare con i sindacalisti… Non se lo può permettere! Bernays accetta l’incarico, si mette a capo della compagnia, costituisce un consiglio d’amministrazione nel quale entrano tutti i più facoltosi uomini politici e d’affari fra Boston e New York. Cambia radicalmente l’immagine dell’azienda che comincia a devolvere fondi in beneficenza, fornisce assistenza medica agli indios, costruisce scuole e perfino qualche chiesa. Afferma una nuova moda che fa della banana un frutto indispensabile su tutte le tavole, del Centro America e quindi del resto del mondo. Ma non basta. Bernays sente che è necessario fare qualcosa di più, bisogna capovolgere il corso della storia, sovvertire il governo. E così, manipolando la stampa, il Guatemala diventa il più pericoloso dei nemici degli Stati Uniti, la porta principale attraverso la quale far entrare i nemici russi e far approdare il tanto temuto “comunismo” negli USA. Per questo si fa presto a far scendere in campo la CIA e l’intero apparato di difesa degli Stati Uniti. È la vittoria della propaganda e delle notizie false…

In questo romanzo di cinica attualità, Mario Vargas Llosa ci racconta a modo suo una storia realmente accaduta, che non è solo quella della compagnia Chiquita (nata come United Fruit Company), ma anche dello sfruttamento degli indios succubi dei mezzi di comunicazione e dello strapotere mediatico della pubblicità come strumento di manipolazione delle masse. Si parte da un passaggio del libro Propaganda (1928) di Edward Bernays («La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese […] le minoranze intelligenti devono, in maniera costante e sistematica, sollecitarci con la loro propaganda») per mettere in piedi un romanzo che manipola la realtà storica stessa per trasformarla in un testo quasi distopico, dove tutti i personaggi sono vittime dello strano cortocircuito che esiste fra “storia” e “menzogna”, anzi vivono più per quello che di menzognero si sa di loro, che per quello che realmente essi sono. Vargas Llosa riassume mirabilmente l’anima della narrazione sudamericana che ci porta a straniarci e a fornirci più di una possibile realtà, una “finzione” che è più credibile della realtà stessa. È il romanzo che venera le fake news e che ne fa l’essenza stessa della nostra società. L’inizio del ‘900 è stato il periodo dell’affermazione delle grandi comunicazioni di massa e in un certo qual modo dello stretto rapporto fra comunicazione e potere, capacità di far simpatizzare il popolo, di inculcargli false verità ai propri fini: e con questo romanzo ci ricorda ancora una volta che la manipolazione della verità è ancora oggi il vero strumento di potere al quale non può rinunciare nessun dittatore che voglia farsi ritenere come tale.