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Testimone di un massacro

Testimone di un massacro

“Alle 22 lasciamo Gibuti con sollievo profondo di aver passato la giornata immuni da incidenti, che pochi giorni prima invece erano stati numerosissimi, in seguito all’attentato a S.E. Graziani. «Elefant Express» si chiama il trenino che ci porta, ma io lo chiamerei piuttosto «Lumaca Express». Va soltanto bene in discesa, ma guai se incontra una salita!”. C’è un misto di entusiasmo, trepidante attesa e ordinaria ironia nel diario del sottotenente Attilio Joannas, il quale ha da pochi giorni lasciato il natio Piemonte per giungere nei domini imperiali dell’Africa Orientale Italiana. Quelle che, dal finestrino del lento trenino, si parano dinnanzi agli occhi del giovane militare italiano sono “terre vergini, promessa di ricchezze immense che il popolo italiano saprà presto sfruttare e lavorare”. La tracotanza coloniale dilaga anche nelle pagine del mite Joannas, il quale parte per l’Etiopia proprio a ridosso del giorno in cui la resistenza locale compie un attentato contro il viceré Graziani. Sono giorni di rappresaglia, il pugno coloniale si stringe in tutta la sua violenza. Addis Abeba viene messa a ferro e fuoco; si scatena la caccia all’etiopico e si compiono esecuzioni sommarie e deportazioni. Joannas fresco di divisa arriva per dare man forte e ne dà conto su pagine asciutte, ma non prive di dissidi interiori. “Non mi resta che abituarmi e indurire i miei sentimenti”, si dice davanti a primi macabri spettacoli di cadaveri. Forse un po’ scolastico, scomoda Dante nell’annotare come l’ebbrezza del combattimento e della carneficina gli facciano perdere “lo ben dell’intelletto”, e riconosce di essere a tratti posseduto dalla crudeltà, “ma doverosa crudeltà”, precisa. La vendetta di Graziani contro gli attentatori va servita fredda. Per piegare la resistenza locale, i fascisti ne sono convinti, bisogna spezzare le reni alla chiesa copta che la sostiene. La strage è premeditata e pianificata. Nell’ultima settimana di maggio, quando maggiore è l’afflusso di monaci al monastero di Debre Libanos, sarà una carneficina. Joannas apre il diario, prende la penna e verga: “Giustizia è fatta. Così vengono giustiziati i ribelli, i nemici dell’Impero italiano”…

Le cifre ufficiali parlano di circa 450 vittime del massacro, ma studi recenti suggeriscono che la cifra si attesti più realisticamente fra le 1400 e le 2000, per lo più monaci e preti della chiesa copta. Per evitare remore morali fra gli esecutori, i mandanti fascisti invieranno il Battaglione Eritreo Musulmano reclutato in Somalia. Diversi decenni più tardi ad Affile, vicino Roma, sarà eretto un sacrario dedicato alla memoria del criminale di guerra Rodolfo Graziani, la storiografia italiana, di contro e per fortuna e sulla scia degli studi pionieristici di Angelo del Boca, continua a far luce sulla violenza dell’impresa coloniale italiana, sia fascista che liberale. Qui, attraverso le pagine del diario di guerra di Attilio Joannas, perfettamente contestualizzate dal lungo saggio introduttivo di Paolo Borruso, si fa luce su una delle tante pagine rimosse dal libro collettivo della storia patria. La memoria individuale, celata dallo stesso Joannas nei lunghi decenni della sua vita seguita all’esperienza africana, contribuiscono a consolidare la ricerca storiografica su un fatto di grande portata e di grande efferatezza.