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Ti amo

tiamo

La morte è diventata la compagna silente di lui, malato di cancro, e di lei, sua moglie. La morte c’è – incombe – ma lui non vuol parlarne; la moglie ne sente l’alito, quel fiato buio sul collo, ma può solo tacere, deve… il medico le ha confidato che il marito ha meno di un anno di vita, meno di un anno… e, allora, il loro sarà l’ultimo Capodanno insieme, imbandito in una festa insolita, fatta di bambini e semisconosciuti che non sanno cosa significhi, cosa sia diventato il loro quotidiano. Lei è a Milano da poco, si è trasferita per vivere con lui, per amore. Eppure, le cose sono cambiate – precipitate – in fretta. La scrittura – per lei che ne ha fatto un mestiere – è il suo unico modo per provare a elaborare quel lutto che sarà imminente, per affrontare quegli “ultimi giorni”, per far finta di ignorare l’altra: la morte, che se lo porterà via, via per sempre, via da lei… Lui dipingeva, un tempo; poi, un giorno, ha smesso di credere, di credere in sé stesso: “mollare la pittura è […] mollare lo sguardo dentro sé stessi”. E, adesso, è la morte che lui vuol nascondere, ma che pure arriverà. Si ripetono spesso “ti amo”, come se quelle parole fossero un talismano magico, una pietra, un macigno in grado di schiacciare il male e di vincerlo per sempre…

Hanne Ørstavik è tra le più importanti scrittrici norvegesi ed europee: ha scritto quindici romanzi e un saggio. Con Ti amo affronta a muso duro e, insieme, con delicatezza il tema della malattia e dell’abbandono. Ci racconta la sua realtà, come nel più intimo dei diari, ci fa spiare, con riserbo, dal buco della sua serratura, dove non c’è solo dolore e dolore e dolore, ma anche amore, amore profondo. Ci svela la realtà della malattia, quella che, spesso, si tace per pudore o per vergogna; ha il coraggio di raccontarci la forza della debolezza, la potenza della fragilità. Come in un canto appena sussurrato, ci bisbiglia la nenia della vulnerabilità, un po’ dolce, un po’amara. L’ansia costante che lui non possa farcela, il conto alla rovescia non danno ansia al lettore, ma gli insegnano a sentire quello che lei sente: un’angoscia stanca e continua – infinita –, eppure grata per quell’amore, seppur breve. Uno strano equilibrio di snervante fatica e di quei “ti amo” regge le fila di questo romanzo-confessione. Una bilancia che non si sbilancia quasi mai, nonostante tutto il dolore. Il racconto resta lieve, equilibrato, obiettivo seppur profondamente sentimentale, seppur impregnato di cuore. Cosa resta per fermare la morte? Quale arma? La scrittura. È lei che rende vivi, sempre e per sempre. E lei lo sa, lo capisce non appena comincia a scrivere di lui. E lo fa con parole scarne, asciutte, ma prepotentemente profonde e vere. Cristalline. Come il dolore, come l’amore.