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Tirar mattina

tirarmattina

Aldino è tutto fuorché i suoi trentatré anni. In bocca parole grandi come vestiti sformati, nessuna cassetta degli attrezzi nelle mani per costruirsi un futuro. Nessuna voglia di farlo, la condanna di un presente insulso sempre davanti gli occhi. La prospettiva poco allettante di un lavoro in fabbrica, incastrato nei turni massacranti degli stabilimenti, come rotelline di un ingranaggio mastodontico. Tutto intorno a lui un sottobosco di tiratardi senza aspirazioni né un briciolo di voglia di sgobbare. Officianti strafottenti di una liturgia accidiosa di traccheggiamenti, ognuno ridotto a elemosinare la propria dose d’amore sintetico, in una contradanza in chiaroscuro dove megalomanie e frustrazioni si mescolano e si confondono. Un’umanità caciarona e rissosa, che vive fiera di espedienti, preoccupata solo di rincorrersi, di sfuggirsi, di maledirsi. Tradita dal progresso e dalle sue lusinghe di benessere, cui non resta che seppellire in fondo al cuore lo scorno per aver perso ai punti con la vita. Irregolari: li chiamano così, quelli con il debole per le definizioni, che amano riempirsi la bocca con giudizi manichei, in bilico tra luce e buio, tra ragione e torto. Fosse così semplice. Loro non sembrano farci caso, fluttuano senza peso contro un fondale di barettini che sfila come un’alfona tirata a lucido nella notte fradicia di pioggia, tra luci di semafori e insegne al neon. Interpreti di una milanesità scapestrata e seducente, fuori dal tempo, che sgomita per venire a galla nei dialoghi infarciti di parole ed espressioni dialettali, mai scontati, mai stucchevoli. Una superidentità che parla con le bocche di altrettanti personaggi fuori fuoco che faticano a spiegarsi, a comprendersi, a perdonarsi. Accomunati dallo stigma del volare basso, del vivere di espedienti, e del malcelato compiacimento nel buttare al vento le proprie vite nello stordimento alcolico. Che, incapaci di sognare, non aspirano a diventar persone, ma delegano onere e onore di calcare la ribalta al circostante, all’accidente. Una coralità sonnolenta in cerca di una grammatica emotiva condivisa cui appigliarsi, e che nella fascinazione della notte scorge l’emblema di tutte le libertà, un attimo prima che la scure dell’alba spazzi via l’una e le altre…

La mediocrità autoassolutoria dei “nuovi vinti”, combinata con la gaglioffaggine ammiccante dei senza-fissa-dimora-esistenziale, il tutto aggrovigliato in una scrittura sincopata e nervosa, cinematografica, che si fa specchio per la lingua della strada, e che di essa recupera costrutti e mesti vezzeggiativi, nobilitandoli se necessario. Un discorso narrativo mimetico e immersivo, che ai costrutti predilige le immagini, tutto speso nel chiedere e dare ragione del nocciolo di umanità perduto al fondo di esistenze orfane di significato. Che non si affanna a convincere ma non tira indietro la mano, che dietro la nebbia del già visto, del già detto, del già sperimentato riesce a catturare la scintilla di un sublime che è ancora possibile, e a farcene dono. Avviticchiato attorno a una punteggiatura disinvolta, a tratti latitante, finanche sperimentale tanto sa farsi indisponente. Cui, a onor del vero, va riconosciuto il pregio di sapersi aprire al flusso di coscienza, felice come poche nel portare sulla scena il senso di scacco ineludibile di chi la condanna sembra essersela scritta in fronte con le proprie mani, nei caratteri cubitali dell’ignoranza patetica da “caubòi” con cui si illude di leggere una realtà che non ricambia lo sguardo, sullo sfondo di una Milano matrigna, alcova spietata di vecchi sogni e nuovi rimpianti. Una città che ruggisce, cigola e sbuffa estenuata, percorsa da un’insonnia cronica che è un rantolo ferino. Si resta colpiti dal peso del circonvicino sul narrato: sembra quasi di percorrere le vie di una città che non dorme mai, di respirarne l’aria, di poter stringere in pugno una metropoli che è innanzitutto i suoi luoghi - simbolo, snocciolati come la formazione - tipo di una compagine calcistica leggendaria, sfiorati per essere gettati via un istante dopo. L’eco estatica, però, quella permane: il cesello topografico disegna i contorni della magia evocativa che piazze, viali, giardini protagonisti di cartoline e manifesti sprigionano tutto intorno, e che dalla complicità della notte guadagna un alone di insondabile mistero. Un romanzo di luoghi e, a ben considerare, un racconto nel racconto: protagonista, l’evoluzione tentacolare e orgiastica di quell’incubatore gigante di possibilità intraviste, fatto di acciaio, cemento e un pizzico di cuore, all’interno del quale l’uomo finisce per essere puntualmente stritolato, irretito da quella stessa ragnatela di sogni che ne trafigge e allevia i giorni.