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Tokyo anno zero

Tokyo anno zero trilogia 1

Tokyo, 15 agosto 1945, quindicesimo giorno dell’ottavo mese del ventesimo anno di Shōwa, otto del mattino. La guerra è ormai perduta, il Giappone è allo stremo, la città è allo stremo. Le sirene antiaereo suonano tutto il giorno, la gente è terrorizzata, convinta che su Tokyo stia per essere lanciata la terza bomba atomica. Nonostante l’atmosfera da fine del mondo e le comprensibili difficoltà, la polizia giapponese è ancora attiva. L’Ispettore Minami della Squadra Omicidi, ormai drogato del sedativo calmotin, riceve una chiamata dalla stazione di polizia di Shinagawa: è stato scoperto un cadavere in circostanze sospette nel dormitorio femminile del Dipartimento per le uniformi navali di Dai-Ichi. In realtà il luogo del possibile delitto sarebbe sotto la giurisdizione della Kempeitai, la polizia militare dell’esercito imperiale, ma da Shinagawa hanno richiesto l’intervento della Squadra Omicidi, e quindi gli ispettori Minami, Fujita e Nishi si avviano a piedi, non ci sono più automobili disponibili. I notiziari hanno detto che a mezzogiorno ci sarà alla radio un discorso dell’Imperatore, la popolazione ha l’ordine di non perderlo, gira voce che si tratterà di comunicazioni di grande, grandissima importanza. Dall’edificio del governo salgono colonne di fumo, vuol dire che stanno bruciando tutti i documenti e i registri, un presagio di sconfitta e resa. Dopo una sosta ad un magazzino dell’esercito in centro per avere qualche pacchetto di sigarette in regalo, i tre ispettori arrivano a Shinagawa. Secondo i poliziotti locali il cadavere nudo e ormai putrefatto trovato in un rifugio antiaereo del Dipartimento per le uniformi navali potrebbe essere una tale Miyazaki Mitsuko, trasferita da Nagasaki a Tokyo per lavorare là. Il luogo ormai è quasi deserto, la maggior parte delle operaie ha lasciato il dormitorio ed è tornata a casa. Mentre esaminano il cadavere arriva sgommando una jeep della Kempeitai e ne scendono due ufficiali, che si presentano come capitano Muto e caporale Katayama. Ordinano ai poliziotti di Shinagawa di andare subito a chiamare un’ambulanza che porti il cadavere all’Ospedale universitario Keiō per effettuare un’autopsia. Uno dei custodi del Dipartimento per le uniformi navali suggerisce che nell’omicidio potrebbero entrarci gli operai coreani di un vicino palazzo, già responsabili di parecchi furti. Quelli più giovani e forti sono stati trasferiti da tempo al nord e quindi sicuramente non c’entrano, ma alcuni più anziani sono ancora là. Minami, Fujita e Nishi vengono spediti a perquisire i locali dove dormono gli operai coreani, mentre si cerca una radio per ascoltare l’imminente messaggio dell’Imperatore. Minami scova un vecchio coreano nascosto tra il piscio e la merda. Lo porta dagli ufficiali della Kempeitai mentre quello biascica e mugola tremando “Non ho fatto niente, non ho fatto niente”. Viene riconosciuto, è proprio lui che settimane addietro ha fatto un buco per spiare le operaie mentre facevano la doccia. Quindi per tutti è sicuramente lui il colpevole dell’omicidio – e probabile stupro. Lui nega, nega piangendo disperato. Il caporale Katayama fa scavare ai custodi del Dipartimento una fossa nella terra. Alla radio inizia il discorso dell’Imperatore, è l’annuncio di una inaudita, umiliante resa. Tutti lo ascoltano in silenzio, poi quando torna il silenzio la tensione improvvisamente risale. Il capitano Muto fa inginocchiare l’anziano coreano sul ciglio della fossa, prova a decapitarlo con la sciabola ma riesce solo a ferirlo gravemente, poi dà l’ordine di seppellirlo vivo mentre l’uomo urla dal dolore e dalla paura. Minami trema e piange, sconvolto…

Ciascuno dei romanzi della acclamata trilogia noir di David Peace, che a Tokyo ci ha vissuto e lavorato più di dieci anni, è incentrato su un crimine che ha plasmato il Giappone all’indomani della Seconda Guerra mondiale. Se in Tokyo città occupata (2009) si racconta il cosiddetto “incidente di Teigin”, un avvelenamento di massa, mentre in Tokyo riconquistata (2021) è descritta la cospirazione che ruota intorno alla morte di Sadanori Shimoyama, Presidente delle Ferrovie, trovato fatto a pezzi sui binari della linea Jōban, in questo Tokyo anno zero (2007) è la caccia al sanguinario omicida seriale Kodaira Yoshio, che Peace ci racconta con approccio “sturm und drang” e stile visionario. Quella di Kodaira, poco conosciuto in Occidente anche tra i lettori appassionati del tema serial killer, è una figura feroce e spaventosa. Assassinò suo suocero nel 1932 e tra il 1945 e il 1946 – in preda a una vera e propria furia omicida – violentò e uccise numerose ragazze (il numero preciso non è stato mai stabilito a causa del caos in cui versava il Giappone in quei drammatici anni) invitandole nelle aree boschive intorno a Tochigi e Tokyo con il pretesto di offrire loro cibo o lavoro. Kodaira è stato condannato a morte per l’omicidio di sette donne e giustiziato il 5 ottobre 1949. Il regista maledetto Kôji Wakamatsu ha tratto dalla vicenda un film che nel 1967 ha fatto scandalo per la morbosità e il sadismo esplicito di molte sue sequenze. Cosa distingue Tokyo anno zero da un normale noir o thriller, oltre all’ambientazione particolare? Senza dubbio lo stile narrativo, molto più sperimentale della media: la peculiarità principale è la ritmica ripetizione di frasi che esprimono i pensieri ossessivi del protagonista e fanno da contrappunto incessante alla narrazione e ai dialoghi contribuendo a creare un’atmosfera ipnotica e claustrofobica. L’ispettore Minami è – come da cliché hard-boiled – un uomo tormentato e infelice, la sua anima è segnata da ferite indicibili del passato mentre il suo presente racconta del disfacimento del suo matrimonio che va di pari passo con il disfacimento del Giappone. Sconfitto su tutti i fronti, il poliziotto sa che un innocente è morto per un omicidio che non aveva commesso e combatte fino allo stremo per catturare Kodaira, illudendosi che questo possa mettere a tacere la voce della sua coscienza. Ovviamente, non può.