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Tokyo riconquistata

Tokyo riconquistata

Tokyo, 5 luglio 1949, ore 9.45 del mattino. L’ispettore di polizia delle forze di occupazione Harry Sweeney riceve una strana telefonata. Un uomo giapponese chiede di lui, ma poi sussurra “Troppo tardi” e attacca. Sweeney fa rintracciare la chiamata dalla centralinista, è arrivata da una caffetteria chiamata “Hong Kong”, spiega lei: lui si ripromette di passare a dare un’occhiata. Prima però ci sono gli ordini del Colonnello Pullmann a cui pensare: Sweeney deve recarsi alla stazione ferroviaria di Ueno a controllare l’arrivo di un treno di prigionieri di guerra giapponesi rilasciati dai sovietici dopo quattro anni di prigionia dura in Siberia. Sono quasi tutti simpatizzanti comunisti – del resto altrimenti avrebbero fatto una fine ben peggiore nelle mani dell’Armata Rossa – e ad attenderli al binario oltre a madri, sorelle, mogli, figlie ci sono i militanti del Partito Comunista Giapponese, che i superiori di Sweeney ovviamente gradiscono quanto un’infezione urinaria. Tornato alla Divisione Pubblica Sicurezza, l’ispettore trova l’ufficio in subbuglio: a quanto pare il Presidente delle Ferrovie Shimoyama è scomparso, è in corso una riunione urgente con tutti i superiori, ci sono il Colonnello Pullman, il Tenente Colonnello Batty e il Capo Evans. I fatti: appena passate le 13, è arrivata una chiamata “da una fonte affidabile alla Centrale di Polizia metropolitana di Tokyo” secondo la quale Sadanori Shimoyama, Presidente delle Ferrovie Nazionali giapponesi, sarebbe scomparso da alcune ore. È uscito di casa alle 8.30 a bordo di una berlina Buick del 1941 numero di targa 41173 guidata dal suo autista personale, diretto al suo ufficio. Non è mai arrivato. Le autorità sono molto preoccupate: Shimoyama infatti il giorno prima ha autorizzato personalmente l’invio di più di trentamila lettere di licenziamento, e altrettante sono previste per i giorni seguenti. Tokyo è tappezzata di scritte che lo insultano e lo minacciano di morte e qualcuno potrebbe aver concretizzato quelle minacce…

L’ultimo capitolo della acclamata trilogia di noir ambientati nella Tokyo del dopoguerra da David Peace è incentrato su uno dei misteri che più ha segnato la storia del Giappone moderno, un enigma ancora insoluto, un qualcosa di simile al caso Moro in Italia come impatto sull’immaginario collettivo, per capirci. È la cospirazione che ruota intorno alla morte di Sadanori Shimoyama, trovato fatto a pezzi sui binari della linea Jōban: tutto fa pensare a un suicidio, ma ben presto si comprende che in realtà tutto fa pensare alla necessità di far pensare ad un suicidio, se mi si perdona il bisticcio di parole. Ciascuno dei romanzi della trilogia di David Peace, che a Tokyo ci ha vissuto più di dieci anni, è incentrato su un crimine che ha plasmato il Giappone all’indomani della Seconda Guerra mondiale. In Tokyo Anno Zero (2007) si parla del serial killer Kodaira Yoshio, mentre in Tokyo città occupata (2009) si racconta il cosiddetto “incidente di Teigin”, un avvelenamento di massa. Questo splendido Tokyo riconquistata – probabilmente il romanzo più bello e complesso dei tre, tutti comunque imperdibili – oltre a un fatto di cronaca però racconta la trasformazione di una città e di una nazione, la nascita dell’idea stessa di Giappone per come la conosciamo. La fine di Shimoyama può essere letta come un’allegoria di questa trasformazione eterodiretta. I crimini diventano metafore del modo in cui la violenza storica segna un popolo alla ricerca di una nuova identità. La narrazione si svolge in tre periodi: 1949, 1964 (durante le Olimpiadi) e 1989, alla morte dell’Imperatore Showa, al secolo Hirohito. Ognuna delle tre parti del romanzo ha un diverso protagonista: Harry Sweeney, poliziotto tormentato, Murota Hideki, un investigatore privato, e infine Donald Reichenbach, un anziano traduttore. Peace non si limita a utilizzare con maestria i cliché noir sullo sfondo di un’ambientazione imbattibile, ma sfoggia qua e là veri virtuosismi stilistici (resi alla perfezione dalla splendida traduzione di Marco Pensante) che impreziosiscono un giallo politico serrato e affascinante.