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Tokyo – Stazione Ueno

Tokyo – Stazione Ueno

All’uscita Parco della stazione Ueno, subito dopo i tornelli, ci sono delle panchine. Lì passano le loro giornate dei senzatetto con i loro cappotti usati e sporchi, le loro buste di plastica piene di averi gettati dai cittadini di Tokyo, le loro chiacchiere e i loro accenti di una regione lontana. Tokyo e il suo parco imperiale sono la loro casa, da cui ogni tanto vengono sfrattati per fare spazio alla famiglia dell’imperatore e il suo seguito di ammiratori e gente comune. La “cacciata dalla montagna” è il nome dato a quello sgombero, che costringe tutti a prendere armi e bagagli e allontanarsi per qualche giorno dalla vista dei partecipanti alla grande cerimonia. Il parco di Ueno è quello celebre per lo zoo o dove sedersi per la fioritura dei ciliegi. Quello è il periodo in cui è più facile trovare del cibo o un telo nuovo su cui piantare la propria tenda. Gli altri giorni si può contare sulla gentilezza dei ristoranti lì accanto che lasciano piccoli contenitori con gli avanzi nel retro o sui bento dei convenience store perfetti per essere consumati ad ogni ora e in ogni luogo. Kazu è arrivato a Ueno a sessantasette anni, dopo una vita di dolori e di lavoro. Anche lui ha avuto una famiglia e una casa e adesso è lì a tremare per il freddo, tenendo stretto in mano quel poco che ha, per non permettere a nessuno di rubargli anche quello…

La narrazione è spezzettata, fatta di ricordi che si mescolano alle voci senza volto dei passanti o a quelle dei senzatetto. Annunci radiofonici entrano a far parte del diario quotidiano, anche se risalgono a venti anni prima, insieme alle storie familiari o ai resoconti sulle commemorazioni funebri di qualcuno di importante. Kazu racconta quello che vede, le rughe e le vicissitudini degli ultimi come lui, ma non dimentica di aver fatto parte un tempo anche dell’altra schiera di persone, di quelli che osservano la fioritura dei ciliegi o comprano un gelato ai propri figli per ammansirli. I rumori dei treni della metropolitana ipnotizzano e fanno da colonna sonora delle giornate, come il crepitio dei passi sulle foglie secche accanto alle tende sistemate per la notte. La linea gialla, da cui continuamente ci viene ricordato di tenersi lontano, fa da spartiacque tra quelli che cercano costantemente di avere successo e quelli che lasciano la propria vita trascinarsi, un giorno dopo l’altro, una pagina di libro dopo l’altra, in attesa di raggiungere il capolinea. C’è tutto il dramma del vivere senza una meta nelle pagine di Yu Miri che con un linguaggio semplice, quotidiano ci invita a non girare mai lo sguardo. Utili le note che, lungo tutto il testo, semplificano la lettura di chi non ha una conoscenza troppo approfondita del Giappone.