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Tomás Nevinson

Tomás Nevinson

Tutto sta a fare il primo passo, poi si resta inevitabilmente invischiati fino al collo in una storia che avremmo voluto volentieri evitare. Quando riceve la telefonata di Tupra, il suo ex capo dei servizi segreti di Sua Maestà, Tomás Nevinson sa che non c’è nulla di gradevole ad aspettarlo. Ritornato a Madrid dopo diversi anni di anonimato, in cui doveva essere creduto morto perfino dalla sua famiglia, perfino da Berta che, come lui, sa che le spie prima o poi devono sparire, Tomás è reticente ad un nuovo incarico: sperava di esserne venuto fuori, sperava di poter ricucire una vita con la sua Berta, di poter mettere una pietra sul passato, quel passato che non poteva raccontare, ma di cui comunque Berta non gli chiedeva nulla. Tuttavia sa che quando i Servizi chiamano, bisogna farsi trovare pronti: non importa se ci si è congedati, i Servizi vengono prima di tutto. La scena del suo incontro con Bertram Tupra è un classico di ogni storia di spie: l’appuntamento è su una panchina fredda in un parco di Madrid (il fatto che Tupra si fosse addirittura spostato per incontrarlo gli dava la misura di quanto fosse importante la faccenda), il 6 gennaio 1997. Tomás ha ceduto per cortesia, sapendo, come gli aveva confermato Bertram, che avrebbe potuto lasciar perdere, ma con la certezza che questo non sarebbe stato possibile. La missione in fondo era semplice: scovare una terrorista dell’IRA, mezza irlandese e mezza spagnola, rintanata in un paesino basco, e ucciderla. Ma non è mai semplice uccidere, soprattutto uccidere una donna: del resto la sua educazione non lo prevede...

Pur essendo romanzo gemello di Berta Isla, di cui Tomás è il marito, Tomás Nevinson ha una usa autonomia narrativa tanto da poter essere letto prescindendo dall’altro. Se in Berta il punto di vista era quello della donna, in quest’altro romanzo Javier Marías traccia con maestria la storia di una spia in pensione, richiamata in servizio per risolvere un caso difficile di terrorismo internazionale. Al centro il tema dell’omicidio, se sia giustificato o meno quando riguarda potenziali assassini e terroristi, ma soprattutto dei ripensamenti di un uomo che vuole superare la freddezza della morte per trovare finalmente, a quarantacinque anni, una vita di affetti. Perché uccidere un uomo, o una donna, come nel caso narrato, non è mai un fatto banale, non lascia mai indifferente, né si può sperare che lo sia una spia abituata a questo mestiere da oltre un ventennio. La scrittura di Javier Marías si prende autonomamente tutto lo spazio ed il tempo che ritiene necessario: non c’è fretta, anzi è centellinata passaggio dopo passaggio in modo da avvolgere il lettore e trasportarlo in un universo narrativo dal quale esce arricchito e confortato. Che si tratti di Berta Isla, o di Domani nella battaglia pensa a me, o di Quand’ero mortale, non c’è fretta alcuna nell’arrivare al momento narrativo, perché non esiste un epicentro della storia, esistono tante storie ricamate su misura, che si aprono e si richiudono, si richiamano, giocano con altri grandi poeti e narratori del passato e del presente, si ricompongono nella storia dell’io narrante, che le vive e le soffre. Nessun dettaglio è lasciato al caso, nessuna digressione è fine a se stessa, perché tutte concorrono alla medesima storia universale, analizzata attraverso le pieghe psicologiche dei singoli protagonisti e ri-metabolizzate dal protagonista: dal cacciatore interpretato da Walter Pidgeon di un film di Fritz Lang del 1941 a Friedrich Reck-Maleczewen, agli attentati baschi e quelli dell’IRA della fine degli anni ’90, tutto segue una logica fatta delle pulsioni e delle paure degli uomini, dei loro istinti e delle loro paure, delle loro ossessioni. Fra tutte quelle della morte e quindi quelle dell’amore.