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Torneremo a innamorarci delle parole

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Se pensiamo a un libro, a un insieme di parole, nell’epoca che ha preceduto l’invenzione della stampa, pensiamo anche alle miniature. Ai copisti che con immensa pazienza, miniavano, appunto, la lettera in evidenza all’inizio di un paragrafo. Perché tanto lavoro? Perché tanta bellezza lasciata un po’ per caso in un tomo che solo in pochi potevano leggere? Fare delle parole un’arte è stata una premura proprio per gli analfabeti. Fantasia e sacralità, etica ed estetica, in un tempo in cui dedicare tempo, tanto tempo, alla bellezza non era esercizio inutile e denigrato… Sono le parole a condizionare la nostra conoscenza del reale. Ma quando si tratta di parole di scarsa qualità, di ostacolo alla verità? Non è semplice possedere la fiducia dell’antropologo Tim Ingold quando afferma che “dobbiamo tornare a innamorarci delle parole”, trovando le nostre, percependo un senso di appartenenza inequivocabile che porta naturalmente verso il rispetto, senza abusi… La “velocizzazione della modernità”, spinta dalla tecnica, sembra non lasciar spazio ai poeti e agli intellettuali. Ci stupiamo per la bizzarria della lingua di Gadda e dei futuristi e denigriamo la ricchezza e l’originalità dei dialetti. La modernità irrompe anche nei neologismi più impensati, come al tempo della pandemia: DAD, infodemia, lavoro agile, distanziamento sociale… Del resto, l’uso distopico delle parole non è una novità, rispecchia un’interpretazione del reale che fatichiamo ad afferrare con il vocabolario di una delle lingue più antiche del mondo…

Siamo nell’era dell’ipercomunicazione: 2,9 miliardi di persone utilizzano attivamente Facebook, ogni giorno 147 minuti della nostra esistenza sono dedicati ai social network, le ricerche quotidiane su Google ammontano a 3,5 miliardi - ognuno di noi ne esegue, in media, 1,4 al giorno. La formulazione di pensieri complessi, poi, sta per essere affidata quasi completamente all’intelligenza artificiale. Se il web si sta convertendo sempre più a serbatoio di immagini, video, meme, gif, le parole resistono e, nel bene come nel male, affollano gli schermi per veicolare qualunque tipo di informazione. Non sempre si tratta di messaggi positivi: lo abbiamo sperimentato tutti. Caterina Condoluci constata, nella prefazione al suo ultimo libro, quanto in questo momento sia facile arrivare a odiare le parole. Sembra assurdo, ma siamo talmente invasi di dati, citazioni, invettive da non accorgerci dell’irruenza e della falsità di certi pensieri. L’autrice, allora, affronta la questione invitando alla consapevolezza. E sceglie quindici parole per altrettanti monologhi caratterizzati ognuno da uno strumento musicale e ispirati a storie realmente accadute. Superando la forma rigida del saggio di linguistica o di filosofia, Condoluci indica la strada per riappropriarsi del significato profondo delle parole. Profondo, eppure semplice, perché mai come adesso è importante coinvolgere, non escludere. Tanti i riferimenti all’educazione dei giovani; l’autrice, infatti, ha alle spalle una lunga carriera da insegnante e negli ultimi anni gran parte della sua narrativa è rivolta agli studenti, anche piccoli. Gentilezza, solidarietà, indipendenza, libertà, responsabilità sono i valori che affiorano tra le narrazioni e i personaggi. E al contempo affiora un mondo possibile per restare umani, ancorati a parole essenziali e citazioni da un intero mondo di letture e incontri esemplari.