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Tra bandiere rosse e acquasantiere

Tra bandiere rosse e acquasantiere

Anni Cinquanta del secolo scorso. Sua cugina Ombretta, più grande di lei di tre anni, è la prima ad abbracciare la modernità e a tagliarsi i capelli a caschetto. E allora Orietta, che non vuole esserle da meno e di anni ne ha dieci, decide che è il momento di disfarsi delle lunghe trecce castane e folte, che scendono per un bel pezzo lungo la sua schiena, ma che le danno un’aria terribilmente infantile. Anche lei sogna un caschetto come Audrey Hepburn o, senza allontanarsi troppo da casa, come l’Ombretta, appunto. Ovviamente, in casa nessuno è d’accordo: né la mamma, né il papà e neppure le nonne. E allora la caparbia Orietta strilla, piange e si dispera fino a far capitolare tutti e le trecce finiscono sul pavimento del negozio della parrucchiera, regalandole un ciuffo che le finisce sempre davanti agli occhi e che la piccola odia fin da subito. E allora son di nuovo pianti e disperazione, ma questa volta sua madre Vittoria Anna Vitali - per tutti Olga - non ci pensa un secondo in più e le rifila uno scapaccione che a distanza di tanti anni l’Orietta nazionale ancora ricorda. Eh sì, Orietta Berti da piccola è un vero maschiaccio. In paese la chiamano “Marlòn”, come l’attore Brando, ma all’emiliana con l’accento sulla o, perché la bambina è un vero pericolo pubblico. Alle bambole preferisce i giochi all’aria aperta oppure ama recarsi alla pesa pubblica del paese che la madre gestisce e in cui si reca chiunque per pesare qualunque cosa: paglia, fieno, animali, legno, formaggio. Da mattina a sera è un traffico ininterrotto di camion e autotreni che fanno manovra e parcheggiano nel piazzale davanti alla pesa. Quando non è impegnata a pesare - o a recuperare la figlia caduta nella concimaia o reduce da una rovinosa caduta in bici - Olga se ne sta seduta davanti ad una macchina da cucire e realizza i piedi per i collant di un noto calzificio di Reggio Emilia. È una grande lavoratrice la Olga, nonché una comunista sfegatata...

Sembra davvero un personaggio uscito dai libri di Guareschi la spumeggiante e briosa Orietta Berti - Galimberti è il suo vero cognome - mentre, bambina, percorre le vie di Cavriago e si sposta da casa sua a quella delle nonne, che le abitano accanto; mentre corre intorno al busto di Lenin che campeggia nella piazza del suo paese, per lunghi anni roccaforte del Partito Comunista; mentre riceve regali su regali dallo zio Pietro, uomo bellissimo con le spalle larghe e il passo deciso di chi sa dove andare per costruire il proprio destino. Il ritratto che l’Orietta nazionale - sedici milioni di dischi venduti e innumerevoli partecipazioni a Canzonissima e al Festival di Sanremo - offre di sé tra le pagine di questa autobiografia è quello di una donna allegra e caparbia, una ragazzina dalla voce meravigliosa, scoperta dal padre appassionato di musica e bel canto, che sogna in realtà di diventare maestra oppure sarta e che comincia a seguire lezioni di canto solo per assecondare il sogno del papà. Oltre cinquant’anni di vita, successi e carriera che si affiancano alle vicende del nostro Paese, che cambia pelle più volte ma che ha la certezza di trovare nell’usignolo di Cavriago una degna rappresentante dell’orgoglio canoro nazionale. Una donna dai sani principi, capace di destreggiarsi tra grandi riconoscimenti e profondi dolori, tra successo e delusioni, tra lavoro e famiglia, tra concerti in giro per il mondo e tepore di casa, tra marito e figli. Una professionista seria - definita in maniera geniale da Tommaso Labranca “la cantante della medietà” - troppo popolare per la critica, ma mai per il suo pubblico che l’ha sempre sostenuta nel suo impegno a cantare un Paese semplice, che non si vergogna dei suoi dialetti e della sua umiltà. Un’artista profondamente riconoscente nei confronti del marito, l’amore duraturo e protettivo che l’ha accompagnata, senza competizioni, nel suo lungo cammino professionale. Una nonna orgogliosissima della nipote Olivia, che ha fatto della semplicità la sua bandiera, che è certa che amore e salute siano i pilastri di ogni esistenza e che è ancora convinta che “finché la barca va, lasciala andare” sia un ottimo consiglio, per tutti.