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Tradizione – Sulla mensa del contadino

tradizione

In una società in via di progressiva globalizzazione - laddove questo termine non corrisponda a “colonizzazione” o “omologazione” - è difficile trovare e mantenere un equilibrio che concili memoria culturale, consapevolezza della tradizione e capacità di pensare a un divenire che non tradisca ciò che è stato. Un’insidia sta nella rimozione collettiva di tutto ciò che è accaduto nel secolo scorso e in quello precedente nei territori e nelle campagne, un’altra insidia di segno opposto può prendere corpo attraverso un’idealizzazione dei “tempi andati” con la pretesa di una cristallizzazione della consuetudine insensibile al mutamento: un approccio che parimenti rischia di snaturare la tradizione relegandola unicamente nell’ambito della “nostalgia”, ovvero l’aspetto deteriore della memoria. È in campo gastronomico che tutto ciò si rende più constatabile, dato che è quasi sempre in ambito culinario che si innesca la filiera dei ricordi e che spesso i “piatti tradizionali” recano la narrazione dei costumi (si pensi alle preparazioni legate a determinate festività o eventi quali la mietitura, la vendemmia, etc.), portando con sé una leggenda o un pezzo di Storia, sia essa locale o familiare. E quante tracce si lasciano, spesso inconsciamente, in tema di processi gastronomici? Tutto ciò avviene soprattutto nel mondo contadino, nel quale la ritualità del consumo alimentare si lega inevitabilmente a una serie di fattori di carattere antropologico e culturale spesso legati a modelli che risalgono a un paganesimo sul quale il cattolicesimo ha messo successivamente il cappello. La conoscenza e la salvaguardia di questo patrimonio comune trova il suo giusto e naturale alveo nel fluire dell’esperienza, senza che questa vada a ingolfarsi in un ingannevole amarcord….

Se è vero che lo spinoso tema che investe il rapporto che intercorre tra memoria e divenire, identità e sviluppo, assume carattere universale valevole a tutte le latitudini, è altrettanto vero che in Tradizione – Sulla mensa del contadino ci si è dimenticati di aggiungere nel titolo o nel sottotitolo, “del Mantovano”. Sì, perché questo pamphlet è incentrato sul tema specifico delle tradizioni folcloriche, religiose e gastronomiche mantovane. Il tono e l’incedere sono quelli di una conferenza di una quarantina di minuti o dell’intervento ad un convegno ultra localistico. Tanto che Giancarlo Malacarne non si perita neanche di descrivere preparazioni come i Latughi (una sorta di frappe, cioffe, chiacchiere o cenci che dir si voglia), Al sùgol (una sorta di budino di mosto), Ris cun la tridüra e i figadin (riso, brodo di carne, uova, grana, noce moscata e altro: una sorta di “stracciatella” alla quale aggiungere eventualmente dei fegatini), Capunsèi (pane secco recuperato impastato con burro, noce moscata, grana uova, brodo… quasi cugini dei Passatelli). Sui Tortelli di zucca non metto bocca, anzi ce la metto ma diciamo che non mi pronuncio perché lì le varianti travalicano la territorialità per sconfinare nella variabile familiare. L’autore, giornalista e storico, dirige la rivista d’arte, cultura e Storia “Civiltà Mantovana” ed è studioso e saggista esperto del territorio dei Gonzaga. Offre dunque delle ineccepibili ma settoriali pagine a tema molto specifico: di sicuro interesse per chi è appassionato di demologia e per il gastronomo ricercatore che mai disdegna di raccogliere un ulteriore pezzetto di conoscenza così come si raccoglie l’ennesimo pezzetto di Sbrisuluna.