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Trainspotting

Trainspotting

Edimburgo, fine anni ’80. I film di Van Damme sono tutti uguali: inizio con avvenimento drammatico, presentazione del cattivo di turno, trama inesistente e Jean-Claude pronto a picchiare chiunque come se non ci fosse un domani. L’astinenza è veramente qualcosa di insopportabile e non c’è film che possa distrarmi da quella sensazione di dolore sia fisico che psicologico. Il sudore, la paranoia, i crampi e il vomito: brutta storia. Sick Boy si lamenta ma faccio finta di non ascoltarlo; provo a concentrarmi su Van Damme e sui colpi precisi che assesta ai nemici. Basta, il film mi ha stancato. È arrivato il momento di andare da Madre Superiora, uno spacciatore che approfitta della perdita della gamba per passare da reduce delle Falkland, per farsi dare una dose di eroina …

Irvine Welsh, scozzese classe 1958, è un autore autentico e viscerale che molto spesso ha costretto la critica a scomodare paragoni illustri per definire la sua produzione. Accostato a Dickens, Balzac e Zola Welsh è un personaggio dalla vita decisamente particolare:  prima di diventare un apprezzato scrittore viveva in un quartiere popolare di  Edimburgo ed  era un figlio del punk, arrabbiato e incline all’autodistruzione, possibilmente mediante droghe di ogni genere. Sono queste esperienze al limite a fornire l’humus per Trainspotting , un caleidoscopio di situazioni borderline tra tossicodipendenza, vita da strada e degrado metropolitano. I protagonisti del romanzo, resi immortali dall’altrettanto riuscita pellicola di Danny Boyle, hanno scelto di non scegliere la vita, collocandosi volontariamente ai margini di una società che non riconoscono e che non li riconosce. La struttura di Trainspotting è composita e tutt’altro che lineare, frammentata nei punti di vista dei molteplici personaggi di questo rovinoso affresco collettivo ma, al tempo stesso, omogenea nella sua polifonia. Pagina dopo pagina il lettore scivola sempre di più in questo contesto tragicomico, in cui situazioni orribili e grottesche si rivelano come le due facce di una medaglia annoiata e ribelle. Guardare i treni alla stazione è uno degli hobby dei protagonisti (da qui il titolo), treni che partono e ritornano, vite che sbocciano lontano da lì, lontano dalla paralisi grigia e inevitabile di Edimburgo, una cappa soffocante  degna del Joyce di Gente di Dublino, solo che qui non c’è distinzione tra vivi e morti, qui sono tutti morti, anche se molti ancora fanno finta di non saperlo.