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Tre figlie di Eva

Tre figlie di Eva

Istanbul, 2016. La Range Rover “azzurro Montecarlo” di Peri Nalbantoğlu avanza a fatica nel traffico ruggente e impietoso della città. Al suo fianco la figlia Deniz, esemplare di adolescente annoiata e polemica, sorseggia un doppio frappuccino. Peri indossa un completo di seta viola – molto, troppo costoso e per di più “da vecchia”, come non esita a sottolineare la figlia – acquistato per l’evento della sera, una lussuosa cena nella villa al mare di uno dei “nuovi ricchi” di Istanbul. Peri preferirebbe di gran lunga starsene a casa a leggere un romanzo invece di subire l’ennesimo esame rituale da parte delle signore borghesi, in cerca di difetti, chili di troppo e borsette mal contraffatte. Ma “la solitudine è un privilegio raro, a Istanbul” e c’è sempre qualche obbligo sociale da onorare. Per ammazzare il tempo si accende una sigaretta e sbuffa il fumo fuori dal finestrino, per poi accorgersi dei due uomini che la stanno fissando dalla macchina accanto. Butta il mozzicone e distoglie lo sguardo, ricordando a sé stessa di tenere sempre la testa bassa, ma dall’altra parte della strada altri due occhi iniziano a scrutarla divertiti, quelli di un clochard che raccoglie il mozzicone caduto e lo fuma. Peri si volta rapidamente, rovesciando del caffelatte sul completo viola. Recupera un fazzoletto per ripulire il disastro e compie un errore che “nessun automobilista esperto di Istanbul commetterebbe mai”: lancia la borsetta sul sedile posteriore. Pochi secondi dopo la portiera si apre e una piccola mano si insinua a rubarle la borsa. Senza riflettere Peri scende dal veicolo, si toglie i tacchi e si mette a inseguire le piccole mendicanti che ha intravisto scappare con la sua borsa. Sa che è una pazzia, eppure un istinto quasi animale, “uno strano senso di libertà”, la spinge a correre a perdifiato. Raggiunge le mendicanti in un vicolo buio. C’è anche il clochard che poco prima la fissava, guarda Peri con aria di sfida mentre rovescia la borsa facendo cadere tutti i suoi effetti personali. Tra questi, una fotografia scattata a Oxford, un inverno di molti anni prima, che raffigura tre ragazze raccolte attorno ad un uomo. Peri dovrebbe aver paura, dovrebbe lasciare la borsa lì e scappare, eppure...

Letteralmente nata dalla dicotomia – padre rigorosamente ateo, madre fervente praticante –, una dicotomia vivente lei stessa: da sempre l’ago di una instabile bilancia, costretta tra ciò che desidera e ciò che ci si aspetta da lei, una buona madre, moglie, figlia ma con un lato oscuro che percepisce muoversi sotto la superficie, Peri Nalbantoğlu è la “Dubbiosa”, in perenne litigio con un Dio che fatica a comprendere, alla ricerca di una terza via fra due opposti apparentemente inconciliabili. Questa sua indecisione sarà tanto più evidente quando nella sua vita irromperanno le altre due “figlie di Eva” del titolo, a differenza di Peri protagoniste di scelte ben decise e antitetiche nei riguardi della religione islamica – Shirin e Mona, la “Peccatrice” e la “Credente”, purtroppo i personaggi forse meno approfonditi della storia, irrigiditi nel loro rappresentare i termini oppositivi di Peri –, ed un carismatico professore che obbligherà Peri ad affrontare quel grande punto interrogativo che è, per lei, l’idea di Dio. Le lezioni del professor Azur e i suoi metodi poco ortodossi segneranno per la ragazza l’inizio di un percorso di consapevolezza che riguarderà anche, e forse soprattutto, il rapporto con la cultura d’origine, la propria condizione di donna, la ricerca di una vera e duratura felicità. Il riempimento, in sostanza, di quel “vuoto dell’anima” che pare accompagnarla dall’infanzia al periodo di studi ad Oxford, spartiacque della storia, per ripresentarsi più forte che mai nel 2016, anno in cui si consumerà, nel contesto di una sfarzosa cena con la Istanbul “bene”, un finale dolceamaro e volutamente aperto. Un ultimo punto interrogativo che Elif Shafak dissemina e che avvicina ancor di più il lettore al sentire di Peri, ponendolo di fronte al dubbio. E il dubbio è, forse, l’unica via percorribile, pur dolorosa, per arrivare alle risposte che cerchiamo – o almeno, per obbligarci a porre le giuste domande. L’autrice si dimostra davvero abile nel mettere in scena gli “aspetti contrapposti” dell’esistenza e nel ricercarne, come ha dichiarato lei stessa in una recente intervista a Mangialibri, la conciliazione attraverso la scrittura. Lo scontro, talvolta brutale, tra dicotomie “assolute” – fede e ragione, tradizione e progresso, Occidente e Oriente – viene affrontato dalla Shafak con provocatoria delicatezza, con il personaggio di Peri ma anche attraverso i chiaroscuri della sua città d’origine, una Istanbul viva, brulicante, caotica, amata e criticata, dal grande fascino e dalle altrettanto grandi ed evidenti contraddizioni. Una prova nel complesso scorrevole e coinvolgente, questo Tre figlie di Eva. Per tutti coloro “che non vogliono adeguarsi a questi dualismi e li trovano troppo rigidi”. Per chi volesse iniziare a scoprire, qualora non l’avesse già fatto, la meritevole penna di un’autrice confermatasi nel tempo una delle voci più interessanti della letteratura internazionale.