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Tre gocce d’acqua

Tre gocce d’acqua

Marina arriva a casa di Celeste verso mezzogiorno. Non le ha detto che sarebbe passata, ma Celeste attendeva quella visita da un po’ e sapeva che sarebbe stata solo una questione di tempo. L’ascensore è rotto e Marina è costretta a farsi a piedi i quattro piani di scale che la dividono dall’appartamento di Celeste, mentre l’afa è soffocante. Quando arriva in casa, è distrutta e accaldata e chiede un bicchiere d’acqua. Mentre beve, cerca di non guardare le gambe di Celeste, quelle gambe che le impediscono di salire o scendere le scale a piedi e che quindi, dato il guasto dell’ascensore, la costringono a restare in casa, in una sorta di prigione. Ma Celeste è abituata e sopporta i disagi legati alla sua malattia e i dolori lancinanti che spesso accompagnano le sue giornate con dignità e coraggio. Marina ha detto di essere passata di lì per caso e di aver approfittato per farle un saluto, ma in realtà ha qualcosa di importante da comunicare a Celeste: lei e Nadir si separeranno. Si sono sposati da dieci mesi, dopo due anni di convivenza, e già si vogliono lasciare. D’altra parte, con Nadir le cose non durano mai troppo a lungo e tendono a compromettersi in fretta, come fossero corrose dall’acido. Marina non sente il marito da due settimane. Il suo telefono sembra spento e lei non sa neppure in che hotel alloggi a Istanbul. Anche Lucrezia non riesce a contattare il figlio e comincia ad essere un po’ preoccupata. Ecco perché Marina si è recata a casa di Celeste: vuol sapere se, almeno con lei, Nadir si è fatto sentire. Ma Celeste ha promesso e non può dire nulla. Allora racconta di aver sentito suo fratello l’ultima volta un paio di mesi prima e di essere convinta che si sia spostato da Istanbul. Suo fratello. Nadir in realtà non è affatto un fratello di sangue. Ciò che la lega a lui è Pietro, lui sì davvero suo fratello, per parte di padre. E la foto di Pietro - capelli ramati, cielo slavato e case diroccate sullo sfondo - è lì, sulla mensola. È voltato di profilo e inginocchiato a terra, mentre il kalashnikov lì accanto ha la canna che punta verso il cielo...

Alle basi del triangolo Celeste e Nadir. Lei, la bambina con le ossa di vetro, riccio di mare fragile e forte insieme, capace di accettare una malattia invalidante che le impone privazioni e sacrifici e di cercare conforto tra le braccia di quel fratello - per parte di padre - così più grande di lei e così protettivo nei suoi confronti. Lui, la carnagione scura da zingaro e la faccia perennemente ingrugnita, magro in maniera impressionante e brutto di una bruttezza che consola, scapestrato e ruvido, ma capace di creare un legame solido e profondo con quel fratello - per parte di madre - con cui è solito condividere un saluto esclusivo, una coreografia segreta e complicata, fatta di palmi che si incontrano e di mani che si stringono. Due basi incerte e disomogenee, che trovano il loro punto di equilibrio in un vertice che porta il nome di Pietro, il fratello maggiore di entrambi. Pietro è stampella, è muro portante, è impalcatura per Celeste e Nadir che vedono, uno nell’altra, una minaccia, dettata dalla gelosia feroce che li abita e li spinge a impegnarsi in una gara cruenta e a volte sleale per conquistare l’amore assoluto di quel fratello da entrambi adorato. L’ostilità reciproca tra i due ragazzi - uniti da un legame che nessuna definizione riesce a catalogare, ma che esiste e diventa sempre più prepotente - pian piano si trasforma e, per una sorta di proprietà transitiva dell’amore, si fa attrazione, supera ogni forma di pudore, oltrepassa i dispetti e le offese e diventa un sentimento necessario, una sorta di dipendenza che li fa aderire l’un l’altra per il resto della loro esistenza, anche quando l’impalcatura vacilla e cade rovinosamente a terra. Valentina D’Urbano - scrittrice romana capace di raccontare storie che parlano al cuore e lasciano il segno nell’animo del lettore - racconta l’amore e l’amicizia, la fragilità e la resilienza, il dolore e la solitudine, il potere dell’attrazione e la forza dei legami. Riesce a rendere equilibrato il rapporto morboso e vischioso di questi ragazzi, allacciati da un legame che non ha nome ma che è potente come e forse più dell’amore. Ed è proprio l’amore, soprattutto quello che rifugge le categorie, il grande protagonista di questo romanzo, quell’amore dalle mille declinazioni e sfumature; quell’amore che diventa conforto e rassicurazione dopo ogni dolore; quell’amore capace di fare a pezzi un cuore e, allo stesso tempo, di fortificarlo; quell’amore che non rispetta le geometrie ed è emozione pura e libertà, ma non possesso. “Tre gocce d’acqua è stata un’ossessione lunga quasi tre anni” ha dichiarato l’autrice. “Ci ho messo dentro idee che sento mie e ideali che appoggio, e temi che appartengono da sempre alla mia scrittura: l’amore, l’amicizia, la solitudine, il compito ingrato e inevitabile di diventare adulti, di fare i conti con le scelte di quelli che amiamo, scelte che a volte ci risultano incomprensibili, che ci mettono di fronte all’evidenza che le persone non ci appartengono. Le amiamo, ci amano, ma non ci appartengono”.