Salta al contenuto principale

Tre madri

Tre madri

Lisa ha trentatré anni e, quando ne aveva ventisette, era già commissaria dirigente in un quartiere della periferia romana piuttosto controverso e difficile, prima di passare alla Mobile e alla sede dell’Interpol di Lione. Ora, perché una persona dalla carriera tanto folgorante abbia abbandonato tutto e sia finita a dirigere gli uffici del piccolissimo paese romagnolo di Montezenta è ignoto, perlomeno a tutti gli abitanti del paesello. Quel che è certo, invece, soprattutto ai suoi colleghi, è che ogni giorno, dopo aver sbrigato le pratiche quotidiane – che in un centro abitato così piccolo sono assolutamente sempre uguali a se stesse e piuttosto insignificanti – la commissaria se ne resta chiusa nel suo ufficio per ore e gioca a Candy Crush sul cellulare. E questo è esattamente quel che sta facendo anche ora: ha appena fallito il superamento del livello 2684, lo schermo del suo telefono la sta sfidando a riprovarci e la commissaria è intenta a chiedersi se accettare o meno la sfida. Tuttavia, il tono di voce dell’agente semplice Clemente Codeluppi, al di là del muro, la distrae. L’uomo sta cercando di calmare qualcuno, con scarso successo, all’altro capo del telefono. Quando Lisa apre la porta e si avvicina a Codeluppi per capire cosa stia accadendo, l’uomo sbuffa, mette una mano sulla cornetta e le spiega che sta parlando con una donna che vorrebbe denunciare la scomparsa del figlio quindicenne. L’agente vorrebbe farle capire che il ragazzo manca da troppo poco tempo – la madre lo ha visto per l’ultima volta al mattino – e che è assolutamente prematuro far partire una denuncia. Ma la madre del ragazzo pare non voglia sentire ragioni, perché nutre la certezza che sia accaduto qualcosa al figlio. Inaspettatamente, la commissaria Mancini afferra il telefono e si presenta all’interlocutrice, rassicurandola sul fatto che si occuperà personalmente del caso. Il ragazzo scomparso si chiama River e vive con i genitori a Ca de Falùg, la zona periferica del paese, abitata da una comunità piuttosto anticonformista, tanto da attirare su di sé ogni tipo di pregiudizio da parte del resto degli abitanti…

Tre madri che piangono altrettanti figli perduti. Il romanzo di Francesca Serafini, autrice conosciuta anche per la sua carriera di sceneggiatrice – ha scritto con Claudio Caligari e Giordano Meacci Non essere cattivo, film selezionato come candidato italiano al Premio Oscar 2016, oltre ad aver lavorato alla serie La squadra e, sempre con Meacci, al film Fabrizio De André Principe Libero – racconta, come l’omonima canzone di Fabrizio De André, del difficile legame tra genitori e figli (e nello specifico tra madri e figli), un rapporto che è “la prova più difficile da superare, senza neanche il supporto di una scuola, un’università, un corso qualunque in cui basti studiare per prendere il massimo dei voti”. Un figlio scomparso – che è quello che dà il via all’indagine della protagonista, la commissaria Lisa Mancini –, un altro che si è allontanato perché incapace di chiedere e offrire perdono e un terzo figlio morto prima ancora di venire alla luce. Tre ferite aperte e sanguinanti in una storia che, tra canzoni che si insinuano tra le pagine e lì restano, racconta le paure, gli errori e i sentimenti dei protagonisti, ciascuno dei quali è un pezzo unico, con la sua peculiarità e le sue particolarità. Il caso della scomparsa del giovane River – un bravo ragazzo, pieno di sogni e di passioni, tra cui, ancora una volta, De André – pur essendo l’elemento che spinge la riservata e misteriosa commissaria, parsa fino a quel momento indolente e impermeabile alla realtà che la circonda, all’azione e alla ricerca della verità, rimane sempre in secondo piano, cedendo il posto al viaggio della protagonista – e di parecchi degli altri personaggi che abitano la vicenda – dentro di sé, il viaggio di una donna che ha vissuto mille vite e che è sempre pronta a cominciarne una nuova, ma che non ha mai trovato il coraggio di combattere davvero con i propri demoni. Una storia fatta di più voci e di più piani, raccontata egregiamente da un’autrice abile nel fotografare la realtà così come nell’usare le parole e nel dare il giusto colore alla pagina scritta; una lettura intensa che invita a porsi domande e a cercare risposte. La foto è di Stefano Gagliarducci.