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Tre stagioni di tempesta

Tre stagioni di tempesta

Le Tre-Fauci sembrano letteralmente azzannare e inghiottire ciò che le circonda. I tre enormi speroni di roccia si innalzano maestosi, imponendo le proprie rigide leggi su una vallata prospera, lontana dalla città, in cui i fratelli Charrier hanno coraggiosamente fondato un villaggio di “formiche bianche”, di scavatori di pietra: Le Fontane. Le Tre-Fauci affascinano e spaventano, si fanno amare o odiare, ad alcuni sembrano l’Eden, ad altri la bocca dell’inferno, non conoscono mezze misure. André rientra tra chi ne ha subìto il fascino: Le Fontane sono l’occasione per sfuggire a quei fantasmi che in città sentiva aleggiare attorno a sé dopo la Guerra. Alle Fontane, d’altra parte, serve un medico in pianta stabile e lui si offre di servire il villaggio. Ma André non è un frutto di quella terra e non lo sarà mai, come non lo è il figlio Benedict, che sostituirà il padre come medico di paese. Soprattutto non appartiene alle Tre-Fauci la moglie di Benedict, Agnés: lei si muove sinuosa ed elegante, al contempo ferina e indomita. La figlia Bérangère le assomiglia solo in parte, lei è nata alle Fontane, la sua indole è assoggettata alle regole naturali del luogo, di cui lei si sente parte. Agnés, invece, non è assoggettata a nulla, ama quella terra ma ne possiede lo stesso temperamento fiero e quasi primigenio: dentro di lei tuonano le pulsioni, come un temporale che si percepisce da lontano, sempre più vicino. Le Tre-Fauci non accetteranno che qualcuno le sfidi così apertamente…

Il fascino esercitato da questa sorta di epica contemporanea si abbatte sul lettore con la stessa forza della tempesta menzionata nel titolo. La giovane autrice francese Cécile Coulon (classe 1990, guadagnatasi il Premio dei librai francesi al miglior libro dell’anno proprio con questo romanzo) costruisce una dinamica in realtà molto lenta, che scorre senza particolari scossoni fino ad un punto di svolta inaspettato. Dopodiché si fa strada la percezione sotterranea di un crescendo, talvolta smentito dai fatti, ma che appare come una minaccia incombente, proprio come la tempesta che aumenta di portata, che si vede arrivare e che non si sa dove o con quale intensità si scaricherà. La natura, sembra dirci, possiede la stessa dinamica immutabile: tutto scorre in modo inesorabile verso un destino già stabilito, che non offre vie di fuga e che, presto o tardi, provvede a ripristinare, a modo suo, l’ordine prestabilito. Il grande merito di Cécile Coulon sta nel ricorso assolutamente riuscito e vincente di una tecnica non scontata e, anzi, complessa: partendo da una sorta di cappello introduttivo e da una vicenda senza grandi avvenimenti, si gioca tutto da subito sul piano della tensione narrativa, dell’uso sapiente delle parole, dell’anticipazione, del non detto. L’aria si carica di un’elettricità che tiene letteralmente incollati fino all’ultima pagina, in attesa di una conferma di quanto finora si era solo supposto, immaginato, di cui si aveva solo un sentore e che deflagra poi in tutta la sua potenza.