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Tre stanze per un delitto

St Gregory’s Alley, Londra. È giovedì e da poco sono passate le diciannove e trenta. Nel Caffè Pleasat la cameriera dai capelli ribelli sussurra con quella bassa, ma l’unico cliente, Mr. Poirot, sente chiaramente quello che sta dicendo e prova immaginare a chi si stiano riferendo. Discutono di una donna che ferita nell’orgoglio diventa cattiva, ma che lo è ancora di più quando le cose filano lisce. La porta si spalanca, sbatte contro il muro e rimane aperta lasciando che l’aria fredda della sera scacci il calore del locale, mentre la signora che trafelata ha appena fatto il suo ingresso, resta a guardare fuori come se si aspettasse che qualcuno la potesse raggiungere. Poirot copre con la mano la tazza del suo caffè, il migliore di tutto il mondo, nella speranza di evitare che si raffreddi. La cameriera dai capelli ribelli chiede alla nuova arrivata di chiudere la porta, nella saletta si sente il suo respiro affannato e risaltano gli occhi sbarrati dal terrore. Indossa un cappotto e un cappello marrone, ha i capelli biondi e continua a guardare fuori della vetrina sebbene, pensa Poirot tra sé, non possa vedere niente attraverso il vetro che riflette l’immagine della stanza in cui si trovano…

Nel settembre del 1975 venne stampato Curtain. Poirot’s last case di Agatha Christie, con l’ ultima e fatale indagine del celeberrimo investigatore belga. Gli eredi della scrittrice hanno affidato a Sophie Hannah, che ne ha studiato a fondo l’opera, il compito di scrivere un altro episodio con protagonista Poirot. La vicenda, narrata in prima persona dal detective Edward Catchpol di Scotland Yard, si colloca alla fine degli anni venti con un giovane ma già famoso Poirot che a dispetto della sua volontà di prendersi una vacanza, si trova coinvolto in un triplice delitto. Una trama ingegnosa, indizi disseminati tra le descrizioni e le battute dei personaggi, ambienti accuratamente delineati, manie del protagonista ben definite, sono le caratteristiche di questo ottimo giallo. Tuttavia, proprio per la scelta di far “rivivere” il personaggio della Christie, è inevitabile il confronto con quello autentico. Gli affezionati estimatori di Poirot noteranno una certa mancanza di spontaneità. Indubbiamente è un’ottima “costruzione a tavolino” nella quale sono stati rispettati tutti parametri caratteristici del personaggio e lo stile narrativo di Aghata Christie: la Hannah è molto brava, ma nella volontà di essere fedele al modello originale in diversi momenti risulta artificiosa e ripetitiva.